Giulia Pizzati

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Quel quid di omega 3 in più

«Union Jack».
Ero ancora bambina, vivevamo in una piccola cittadina tra Lodi e Pavia dove si parla barasino, un dialetto sui generis, più genovese che lombardo.
Mia madre lavorava per un’azienda farmaceutica con sede a Manchester e un giorno, tornando da un viaggio di lavoro, mi portò un piccolo regalo: una scatoletta di latta con i celebri toffee e un orsetto di peluche vestito con un maglioncino con i colori della Union Jack. Da quel momento ho deciso che volevo imparare l’inglese per andare in UK e perché no, anche le altre lingue. Sognavo a occhi aperti di viaggiare e portare ai miei familiari e amici prelibatezze provenienti da tutto il mondo.
Grazie alla scuola ho potuto perseguire la mia passione per le lingue e alle medie ho incontrato anche lo spagnolo. E’ stato amore al primo “Hola, ¿Qué Tal?”.

«Boulangerie».
Al liceo linguistico l’incontro con una professoressa speciale, capace di farmi nascere una nuova passione: il francese. L’ultimo anno di liceo ci recammo per un soggiorno di studio a Poitiers: un giorno, entrando in una boulangerie, vengo come rapita dagli aromi, dalle fragranze. Una specie di rivelazione, di estasi, di iniziazione alla cultura culinaria (e non solo) francese.
Al ritorno in Italia mi iscrivo all’università, facoltà di lingue straniere a Pavia per poi proseguire con la magistrale a Bergamo, e in parallelo inizio a percorrere le tappe del mio Tour de France personale.

«Quiche lorraine e tortilla».
Dapprima Nancy, in Lorena, con il progetto Erasmus. Poi Bordeaux, respirando l’aria del vicino oceano. Il mio tour francese si interrompe quando il mio percorso di formazione mi porta a fare un tirocinio a Barcellona: otto mesi in una start up, si lavorava in team, tutti ragazzi giovani di ogni nazionalità.
Torno in Italia felice ed abbronzata, mi laureo con una tesi sulla lingua dei segni francese. Comunemente si crede che il linguaggio dei segni sia internazionale. In realtà esistono oltre trecento diverse lingue dei segni, perché ogni comunità sviluppa la propria lingua nell’ambito della cultura di appartenenza.

«Paris».
Inizio a lavorare per un’azienda bergamasca produttrice di mobili e accessori da bagno, la mia prima vera esperienza in azienda. Mi trovo a dover applicare tutto quello che fino ad allora avevo solo studiato, imparo ad avere a che fare con i francesi 24/7.
Dopo qualche anno una grande opportunità: mi viene chiesto di andare nella sede di Parigi, per gestire uno showroom al BHV Marais, ci rimango un anno. Poi la pandemia, torno a casa.

Oggi lavoro come Export Consultant in MULTI: mi occupo di promozione e sviluppo commerciale nei mercati esteri per le aziende clienti, usando ogni giorno il mio strumento preferito, le lingue.
Le lingue ti danno versatilità, fluidità, ti fanno aderire alla spirito di una nazione che si rispecchia nel carattere idiomatico. E il tuo stesso atteggiamento cambia con le lingue, in francese più raffinato, in spagnolo più estroverso. Questo vale anche per la consulenza, ogni progetto è diverso, ogni settore è un mondo a sé.

«Pizza».
Quando al telefono un interlocutore straniero mi chiede come si scrive il mio cognome, Pizzati, rispondo “come la pizza”, segue spesso una piccola risata dall’altro lato della cornetta.
Che tipo di pizza è la Pizzati? Napoli, chiaramente. Semplice, ma con quel quid di omega 3 in più, l’acciuga, che dà sapore e fa bene. Se poi aggiungi un sorriso, quale che sia la lingua che stai parlando, ancora meglio.

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