Punk a Bibbia

Madre laureata in matematica, padre perito elettronico: però non avevano calcolato una figlia con la vena artistica. Capricciosa, esuberante, mi lamentavo per ogni cosa e disegnavo sempre. A sette anni ascoltavo i Litfiba, copiavo le copertine dei cd.

L’adolescenza un periodo orribile. Suonavo il basso, genere black metal. Non parlavo più, non uscivo mai. A quattordici anni scappo di casa per andare al concerto di Marlyn Manson.

Trovo la mia strada andando al Liceo Artistico, un ambiente di pazzi. Capisco che la cultura visiva è il mio nutrimento. E così Milano, Politecnico, design della comunicazione.

Editoria, tipografia, branding: tutto molto rigoroso, quasi uno shock, una conversione, un contagio. Come esercitazione, realizzo un libro visivo sul testo del Marcovaldo di Calvino.

Poi semiotica della comunicazione, altra folgorazione, e i primi stage in agenzie pubblicitarie a Bergamo, a Milano e a Torino, dove mi fermo due anni, facendo esperienze diverse e importanti. La piccola agenzia dove impari a fare tutto e la grande agenzia americana dove ti superspecializzi nel fare una cosa al massimo livello.

A Torino vissuto e lavorato bene, città ricca di stimoli, fermenti, laboratorio di riconversione urbana, melting pot etnico, generazionale, ibridazioni culturali. E la scena musicale, l’elettronica, il postpunk. Ma a un certo punto sento che devo tornare, sono pronta ad affrontare la mia sfida, il cuore della questione, lo studio della “Bibbia”, la mia tesi.

La “Bibbia” nel gergo pubblicitario è il manuale di comunicazione visiva, con tutti i “comandamenti” da rispettare nella costruzione dell’immagine coordinata di un’azienda.

Ciò che oggi si chiama Brand Manual. Il mio studio è un rivisitazione del concept “Bibbia” dagli anni Quaranta agli anni Duemila, casi studio e interviste a grandi “biblisti” come Salvatore Gregorietti e Giovanni Brunazzi. Due anni di totale concentrazione, un lavoro cosmico, che sono riuscita a contenere entro le 500 pagine.

Il primo caso studio si intitola “un oscuro antenato”, e affronta il primo (inquietante, e istruttivo) esempio di brand manual, l’Organisationbuch del Partito Nazista, 1936. Seguono Braun, Westinghouse, Lufthansa, KLM, Dreher, Upim, Olivetti, Pirelli, Ballantine’s, Benetton.

Le conclusioni si intitolano “Libertà e sicurezza” (citando Z. Bauman) e “Dialogo e comunità”, citando A. Olivetti, e il suo celebre discorso agli operai per l’inaugurazione della fabbrica di Pozzuoli, 1955, che iniziava così: “Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti?”