Non c’è niente di già pronto


Alberto Fusari

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Alberto Fusari

Sono cresciuto nella bassa bergamasca, afa e nebbia, campi di frumento e sacchi di cemento, trebbiatrici e betoniere, cultura contadina e di cantiere. Mia nonna un mito matriarcale, tredici figli, decine di nipoti, la domenica tutti riuniti in cascina, tavolate da cinquanta persone.
«Se vuoi qualcosa, te lo devi guadagnare»
A 15 anni svegliarsi all’alba, saltare sul furgone cassonato e andare a fare il bocia in cantiere. Alla fine dell’estate comprarsi il motorino. E poi truccarlo.
«Minima spesa, massima resa»
Un principio basilare, l’economia agricola nel dna, ottimizzare il rendimento, anche a scuola, al Liceo, il minimo impegno per il massimo risultato.
La prima vera scelta il percorso di studi universitario. Fin da bambino dicevo di voler fare il veterinario. Ma diventato grande sentivo nuove attrazioni. La street art, i murales, le tag sulle carrozze ferroviarie, la cultura punk-rock, la grafica, il design. E così mi iscrivo all’Accademia di Belle Arti di Santa Giulia, a Brescia.
«Tre anni bellissimi».
Conosciute tante persone, imparato moltissimo, grandi soddisfazioni. Indirizzo design della comunicazione, ideazione, creatività, anche a livello operativo non me la cavavo male, campagne, marchi, esecutivi, tutto. Con altri quattro compagni di corso abbiamo partecipato a un concorso-contest per il marchio della regione Umbria.
Arriviamo in finale, ci invitano a Perugia, una bellissima esperienza, anche se non vinciamo.
Mi laureo con una tesi sull’autoproduzione pubblicitaria, raccontando il caso del movimento hard core anni 80: la musica, gli eventi, la filosofia, le fanzine, le tecniche di comunicazione dei centri sociali nell’epoca pre-web. Parliamo di una cultura alternativa, fortemente critica verso il mondo dell’advertising main stream. Un argomento scomodo, il rischio è quello di risultate inviso alla commissione, che invece premia il mio lavoro di ricerca con il massimo dei voti, e la pubblicazione della tesi.
«Milano, brand design».
Dopo la laurea, sette mesi a Milano in un super-studio specializzato in brand identity, la costruzione di un’iconografia che identifica un brand. Marchi, loghi, font e codice colori che ti renderanno unico e inconfondibile.
«Brescia, corporate».
Poi quattro anni a Brescia, nell’ufficio grafico interno di un’azienda, l’immagine coordinata, il team, le responsabilità, le prospettiva di carriera. Ma mi manca un aspetto fondamentale del lavoro creativo, il nuovo, il diverso, le sfide quotidiane che affronti quando lavori in un’agenzia o da free-lancer. E così mi licenzio, divento un libero professionista, inizio a collaborare con studi grafici e agenzie pubblicitarie.
«Bergamo, marketing e comunicazione».
In Multi la vera sfida: l’immagine e la comunicazione per le PMI. Un mondo in continuo fermento, con mille qualità nascoste, da raccontare e visualizzare in modo corretto, coerente, specifico. Terzisti, artigiani, imprenditori vecchio stampo che non amano apparire. Ogni azienda, ogni cliente è un mondo a sé. Le regole dell’adv istituzionale dei grandi brand B2C non servono.
«Non c’è niente di già pronto».
Oggi anche le PMI hanno bisogno di essere rintracciabili e riconoscibili nel web. Devono mettersi in gioco. Accompagnare le aziende in questo percorso è qualcosa di assolutamente stimolante e coinvolgente. Un lavoro quasi di svezzamento, di educazione all’immagine e alla comunicazione con tutti i soggetti che un’azienda ha nella propria orbita.
Per anni ho giocato a calcio.
Saper vedere il gioco, gli avversari, i compagni. Adesso alleno i bambini, i calciatori di domani. La mia vera missione consiste nel farli giocare insieme. Perché è il gioco di squadra quello che porta i risultati. In un team creativo, l’art director fa qualcosa del genere.

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