I sinonimi non esistono


Giordano Coccia

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Giordano Coccia

Prima lezione: cambiare si può. Nome, idea, vita.
Avrei dovuto chiamarmi Giacomo, il nome Giordano era la seconda scelta. Ma una settimana prima del parto mia madre cambia idea e così io cambio nome prima ancora di venire al mondo. Non escludo un giorno di cambiare continente, mi rasserena sapere che ho la possibilità di farlo. Come mio nonno, che dall’Umbria è emigrato in Colombia, e come mio padre, nato a Bogotà e trasferitosi a studiare al Politecnico di Milano, dove ha conosciuto mia madre, milanese con origini tra il Veneto e la Brianza.
Dopo il liceo ero indeciso se studiare matematica o lettere, universi paralleli con codici diversi.
Mi sono laureato in lettere su Gadda, l’ingegnere delle lettere, costruttore di un’immaginaria Brianza in Sudamerica, dove il kitsch regna sovrano. La mia tesi analizza “La meccanica”, opera ispirata all’esperienza della grande guerra, vissuta da prigioniero. L’argomento è apparentemente tecnico, la meccanica dei congegni di puntamento d’artiglieria, ma in senso figurato rivela la meccanica della guerra e della vita. E anche delle parole.
Le parole sono il mio alimento base.
In realtà sono nato per leggere, non posso farne a meno. Pendolare per cinque anni, in treno ho letto migliaia di libri. Mi diletto a scrivere racconti brevi, veloci, da leggere come li scrivo, in sessione unica. Poesie no, le scrivevo anni fa, poi ho smesso, complice la famosa frase di Benedetto Croce (“dopo i 18 anni scrivere poesie è prerogativa dei grandi poeti, o degli idioti).
Tutti mi hanno sempre detto: dovresti proprio fare il professore di lettere!
Come a dire: che altro potresti fare? Quasi una provocazione. Così, per sfida e per gioco, mi ritrovo a fare questo lavoro, il copywriter, lo scrittore commerciale, e devo ammettere che è un’esperienza allo stesso tempo stimolante e divertente. Mi confronto con i creativi visual, incontro i clienti, faccio attenzione alle parole che usano. Ci sono parole esauste, come le esigenze e le eccellenze, da far riposare. Il mio processo creativo è verbale, non mi ispirano le immagini o le sensazioni, ma le parole, il senso, le connessioni delle parole. Ogni parola ha sfumature sue e precisione unica. I sinonimi non esistono.
Vorrei allo stesso tempo usare meno parole e più parole, cioè meno ridondanza e più varietà.
Lavorare con le parole è un privilegio impegnativo, un lavoro di lima, un mestiere che in inglese si chiama wordsmith, il fabbro delle parole. Marquez diceva: non c’è lavoratore più solerte. Un lavoro fabbrile. Le parole sono tante, sono belle, ma non sono mai abbastanza.
Comunque Giordano non mi dispiace.
Da bambino cercavo negli autogrill la targhetta con il mio nome, ma non l’ho mai trovata.
Da vecchio vorrei avere un pezzo di terra, vivere in dimensione agri-culturale come Tolstoj o forse come Virgilio. Curerò l’orto e riprenderò a studiare matematica, mia vecchia fissa che mi segue dal liceo con la tenacia di un dubbio irrisolto che attende e pretende la resa dei conti.
Sembrerà un gioco di parole, ma come dice qualcuno niente è più serio dei giochi di parole.
Il mio dubbio tra le lettere e la matematica è questo: la scelta del linguaggio alfabetico è quella giusta per esprimere i miei numeri?

 

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