Confessioni di uno psico-pratico

“Cento teste, cento berretti”, recita un detto sardo.

Da mio padre ho ereditato il sangue, l’estro e l’amore per la terra dei 4 mori. Popolo tenace e ostinato, ma anche di grandi pensatori. Da mia madre, svizzera, il rigore scientifico e il pensiero laterale, intrisi di una sana dose di follia montanara.

Con questo imprinting, mi sono iscritto ad ingegneria delle nanotecnologie per poi concludere gli studi in scrittura cinetelevisiva. “Sceneggiatore”. “No, non quello che fa le scenografie”. “Autore”. “Sì, come lavoro”. “Copywriter”. “Quello che scrive le pubblicità”. “Che razza di lavoro è?”.

È incredibile come sia necessario ricorrere alla terza persona per spiegare quello che faccio in prima persona.

Il copywriter è un individuo che viene retribuito per una attività che tutti sanno fare, scrivere. Ma deve farlo in un modo che risulti utile a chi è disposto a pagarlo. Il copywriter sa trasformare l’intangibile in concreto. Con i giochi di parole, con le storie, con i modi di dire che diventano modi di fare. Lavoro inutile e inestimabile allo stesso tempo. L’idea passa attraverso la scrittura e diventa un contenuto dalle mille forme. Un video, una brochure, un discorso, un oggetto, un sito, un evento.

Il copywriter sa darsi un tono senza darsi arie, e così sono i suoi testi. Interpretare le esigenze, calarsi nella psicologia dell’utente o del committente. Diventare uomo, donna, infante, oggetto. Formale o emotivo, cinico o persuasivo, asettico o virale.

Come un portatore sano della sindrome di Zelig, il copywriter si adatta al contesto in cui si trova, alternando i suoi cento berretti, cambiando faccia e personalità, riportando i vagheggi della psiche ad una pratica coerente. Traduce, trascrive pulsioni inconfessabili in pensieri limpidi e condivisibili. Trova le parole giuste anche nelle situazioni sbagliate. Il copywriter è uno psico-pratico.