Stand up, copywriter!

Da qualche anno sono appassionata di stand-up comedy. Immaginatevi degli spettacoli con un comico sul palco che racconta storielle ad un pubblico. In italiano viene chiamato “cabaret”: lasciate pure stare il vassoio di pasticcini, stand-up è una cosa diversa.

Nella stand-up il comico è quasi un filosofo in bilico tra tragico e grottesco. Non mira alla risata come scopo della battuta, semmai la trasforma in uno strumento di comprensione – di sé e del pubblico a cui si rivolge. Stand-up è un lavoro esistenziale di chi parla e per chi ci ascolta.

Un po’ come il copywriter. Sì, per me scrivere testi per la comunicazione è come fare stand-up. Anch’io cerco di raccontare storie che agiscono ad un livello più profondo, per far riflettere, sorridere, emozionare. I testi che scrivo assomigliano a monologhi e, ve lo confesso, ci sono volte in cui li rileggo a voce alta per vedere come suonano e se hanno il ritmo giusto.

Entrambi, comico e copy, sono lavori individuali che trovano il loro compimento nel pubblico e nella reazione alla punchline, la battuta finale che, come lo slogan, diventa memorabile. Se la risata non è il fine del comico, la call to action non deve mai essere l’obiettivo principe del copywriter. A me piace pensarla come un invito per un secondo appuntamento: lascio a te la scelta, lettore, spero di rivederti presto.

Stand-up e copywriting cercano di scuotere i luoghi comuni con un pensiero che possa dare qualcosa che il pubblico non ha – e lo fanno attraverso un linguaggio diretto, onesto, magari non rifinito, ma che parli di sé in modo personale e universale al tempo stesso. Qualcosa che faccia dire a chi legge: “è esattamente quello che sento ma non sapevo come esprimerlo a parole”.

Racconta Louis C.K., peso massimo della stand-up comedy: “Quando scrivi di pancia e lasci che le cose restino imperfette e non permetti che ti vengano a dire di migliorarlo, il risultato può essere qualcosa che non si è mai sentito prima.”