Riflessioni dell’incontro con il papa

Un sabato di febbraio gli imprenditori si sono trovati dal Papa. Udienza speciale per Confindustria, tutti insieme, in 6 mila, Sala Nervi. Tutti belli, grigi e blu, in attesa del Papa. Prima del suo arrivo, tante storie toccanti di imprese attente all’ambiente, alla gente, al futuro. Tanti racconti veri, di gente vera, che fa fatica, che alza lo sguardo, che si connette.

Poi la musica, le presentazioni ufficiali, i primi discorsi. E lui. Papa Francesco. Alla fine lo sguardo è smarrito: non mi è arrivato il Papa, non ha toccato il cuore. Non ha bastonato nessuno, non ha chiesto un bonifico per i poveri, non ha detto che abbiamo una grande responsabilità, non ci ha voluto parlare.

Questa la mia lettura di quel giorno: bello per il piacere di stare insieme, per l’attesa di un incontro da condividere, ma povero di emozione, di senso, di forza comunicativa. Il Papa sta male, ho pensato. Poi ho ripensato e ripensato. Forse questo voleva non dirci, il Papa. Non voleva quel rituale, quella presenza al suo cospetto, quello stare insieme tra le righe, quel dirci cose da manuale, definite, rifinite, ritagliate, per non dare fastidio a nessuno.

Voleva dirci che quello che pensa ce lo ha già detto, che si tratta di poche cose, chiare, semplici, dolci.

Che non ha bisogno della nostra riverenza, ma del nostro agire, quello quotidiano, fatto di tante piccole azioni, di scelte e di risoluzioni che riguardano l’umanità, non solo il nostro giardino.

Grazie Papa, adesso ho capito.