Questa settimana: entrare in punta di piedi

Martedì, direttivo del gruppo Innovazione Tecnologica di Confindustria nel bar pasticceria più retrò della città (Salvi). Si parla tanto del rapporto OCSE, dei risultati che ci riguardano, e ci bacchettano: la gente e l’industria bergamasca, secondo OCSE, è poco alfabetizzata, e poco innovativa! Reazione d’orgoglio: ma come, facciamo numeri record, esportazioni record, produttività record, siamo i migliori altro che ignoranti! Non ha senso intestardirsi, questi sono i momenti in cui riflettere. Nasce così un’idea importante di confronto, ferro e software, che vedremo prender vita a breve.

Mercoledì: serata di presentazione del Club Luberg (l’associazione dei laureati dell’Università di Bergamo, voluta, animata dal “laureato onorario” Bosatelli).

Serata “impegnata” ma anche “social” nella neonata sede del Club, in Viale V.E.II, 3h di interventi e 1h di drink (chissà come sarebbe, cominciando dal drink…) con un centinaio di soci (che un giorno, quando il Club avrà 50.000 iscritti, potranno dire: “Io c’ero”) quasi tutti maschi: ma l’intervento più virile, è quello di una donna, Alessandra, la Gallone bergamasca, che dice cose chiare e forti.

Senso della serata: 1 slogan (”dal web al club”) per significare il bisogno di conoscere le persone in carne e ossa, 5 sensi e 1 anima (come dice un mio amico). Persone che una sera tantum si trovano con “i propri simili”: uomini e donne interessate all’incontro tra il sapere e l’impresa, che spesso è una storia d’odio/amore. Imprenditori, intellettuali, manager, accademici. Dei discorsi fatti, ritengo due frasi/concetto: 1) l’azienda nasce per seguire il mercato. Non esiste la crisi ma l’incapacità dei sistema di adattarsi ai cambiamenti del mercato. La metamorfosi è il DNA di un’azienda, la sua vita. 2) l’imprenditore deve rischiare, non azzardare.

Venerdì: un’azienda a Caloziocorte, 130 anni di storia, prodotti e tecnologia per l’edilizia, reti metalliche che sono trame, tessuti, abiti strutturali per edifici e opere pubbliche; il modo antico, sano di fare innovazione, concentrato sul fare, sul prodotto, investimenti sulle macchine, sulla qualità, sulla professionalità dei tecnici, e nessuna concessione al marketing, all’immagine, alla comunicazione… c’è una reciproca comprensione di appartenere a universi lontani, mondi diversi, loro sorridono dell’aggressività del nostro fare marketing, noi sorridiamo del loro modo antico, pacifico, no rumors, di fare business. Ci sono aziende nelle quali entrare in punta di piedi, e mettere da parte la presunzione genetica del marketing/comunicazione, l’approccio esplosivo-guru (tutto sbagliato, tutto vecchio, tutto da rifare!) e capire invece che lo stile inerziale, d’antan, l’immagine understatement, sottovoce, non è un freno o un limite, ma un fondamento, un nervo, una radice d’identità da valorizzare.