Pollenzo: a pranzo con Carlin Petrini, fondatore del movimento Slow Food

Un pranzo con Carlin Petrini, fondatore del movimento Slow Food. Racconta il suo pensiero, le ragioni alla base del suo progetto, la visione globale e gli obiettivi a tendere.

Lo ascolto e cerco di capire dov’è il trucco, perché riesce ad incollarci ai suoi occhi per due ore raccontando le cose più semplici. Tanti concetti così semplici, uno sopra l’altro, che si collegano con un filo logico. E il cerchio si chiude.

Si parla della fame nel mondo, ancora presente nel 2014, si parla di invecchiamento della popolazione, partendo dall’analisi statistica del numero dei bambini presenti oggi nel parco giochi di Bra rispetto a quelli di 30 anni fa. Petrini parla delle nostre falci, forgiate a mano, prodotte a Dronero, definendole “gioielli contemporanei”. Ha capito.

Gli racconto che la mia vicina in montagna, contadina, mi ha detto che se lei taglia l’erba con le nostre falci “la aca l’è pio conteta”. Petrini ride molto e conferma che questa è l’unica verità di “marketing”.

Dice che il suo obiettivo non è la tutela del Made in Italy ma la valorizzazione delle biodiversità, worldwide, delle quali il pianeta è ricco. Parla del progetto dei 1.000 orti, obiettivo 10.000, in Africa. Vuole fare emergere la miglior gioventù nelle parti più povere del mondo, perché tutto riparta. Sono loro il motore del futuro: intelligenti, motivati, determinati, convinti, non c’è un altro modo.

Parla sollecitato dell’avventura di Grom ed emerge il concetto del limite. “In campo alimentare bisogna governare il limite”, dice, perché le produzioni sono limitate. Il pistacchio di Bronte ha un limite produttivo, altrimenti è un altro pistacchio. Semplice.

Gli chiediamo di Eataly e di Farinetti e dice di avergli detto forte e chiaro di fare attenzione alla valorizzazione delle produzioni autoctone, dovunque vada il suo progetto. Il vino della Valtellina non può provenire da un’altra parte del mondo se non dalla Valtellina ma i pomodori e la farina devono essere del posto, perché gli americani mica li freghi sai?

Parla di un nuovo progetto, che non ha ancora raccontato a nessuno, siamo i primi… e ai suoi collaboratori tremano le gambe. È ancora segreto, non lo svelo, ma quando si vedrà, come per tutti gli altri, ci chiederemo “perché non ci abbiamo pensato prima?”.

Infine si abbandona ad una umana debolezza e ci racconta della chiamata di Papa Bergoglio, dopo che quest’ultimo ha ricevuto l’ultimo libro di Petrini. Racconta l’inizio della chiamata, con l’ormai noto “Buongiorno, sono Papa Francesco”. L’emozione dell’agnostico Petrini è evidente. Uno scambio dolcissimo e altissimo, tra due uomini grandi, che si capiscono al volo.

Segue una lettera, che Carlo tiene in tasca e ci legge orgoglioso. C’è tutto il senso, in quella lettera, della visione di questi due filosofi contemporanei che si concentra e si incontra in un punto, centrale: “obiettivo dell’uomo nel suo transito su questa terra è quello di coltivare e custodire il creato”. Questa è politica, dice Petrini, questa è politica, in un momento storico dove la politica è assente.

Visitiamo infine l’Università delle Scienze Enogastronomiche e la banca del vino. 100 studenti ogni anno, da ogni parte del mondo, unica facoltà dedicata a queste tematiche. Si parla in inglese, sembra il paese delle meraviglie. Prima di congedarci stendiamo le basi per la collaborazione futura, scambio di promesse e di intese. Rientriamo più ricchi e lieti.

Rileggendomi gli appunti trovo una frase che interpreto e condivido come una sintesi del significato del mio mestiere, del fare marketing: “fare promozioni in armonia con la natura”.

Nella foto: Carlin Petrini (fonte Heinrich-Böll-Stiftung su Flickr).