Nell’atelier dell’architetto Alessandro Mendini, dove l’intelligenza non invecchia

Milano, 1 aprile 2014

Già l’ingresso dice tutto. Sono da Alessandro Mendini, al suo atelier, parola francese che significa “laboratorio”. La creatività applicata, il pensiero al lavoro, le idee produttive.

L’interno conferma le aspettative: colori, immagini, prototipi, schizzi. L’architetto ci accoglie dritto davanti alla porta, con un sorriso sereno. Ci porta al tavolone, grande quanto basta per stendere fogli e progetti.

Proviamo a illustrare i nostri pensieri. Parlo molto, cerco di parlare piano, come faccio quando vedo capelli bianchissimi. Non mi pare ce ne sia bisogno, il maestro annuisce prima che abbia finito, come per incitarmi ad avanzare, per confermarmi che è tutto chiaro.

Chiedo scusa per la mole di informazioni riversate in poco tempo, mi dice che ho detto quel che gli serve per capire. La sua prima osservazione, inaspettatamente, non è per il progetto, ma per me. Un po’ di compassione, mi pare: “Certo che lei deve fare un gran lavoro da burattinaia, non deve essere facile connettere tutte queste persone e questi mondi”. Come se lui fosse lontano da tutto questo.

Per quanto mi riguarda però ha fatto centro, è il mio mestiere, che Flaviano Celaschi definiva “il lavoro del futuro”, oggi presente. In sistemi interconnessi, diceva, fondamentale sarà l’interconnettore. Un po’ come l’alzatore in un squadra di volley: prende la palla da chi la riceve e la passa a chi schiaccia. L’applauso non è mai per lui, ma senza di lui non c’è nulla da applaudire.

A seguire, poche parole: “Grazie per aver pensato a me. Io ci sono, con questo budget e con questi tempi. C’è da correre, ma è fattibile”. Poi alcune domande, quelle che mi aspetto per permettergli di avanzare con la progettualità.

Chiude la conversazione: “Tra due settimane vi dò un’idea d’insieme della collaborazione”. Il dono della sintesi pare la forza dei grandi: le buone energie si concentrano su quel che conta.

Ci congediamo sereni, con la sensazione di sentirci in buone mani e in buonissimo cervello. Speriamo che sia lui, farebbe bene a tutti.

Ultima semplice osservazione: l’intelligenza non invecchia.