I tedeschi e l’Italia

Studiavo tedesco all’università di Napoli, ero al terzo anno e non avevo ancora messo piede in Germania. Odiavo il disordine, lo spreco, l’improvvisazione che da sempre regna sovrana nella mia terra. Alla prima occasione, parto con una borsa di studio Erasmus per lo studio delle lingue africane, a Francoforte! Ho subito adorato l’efficienza, le regole, il rigore teutonico. Dovevo starci sei mesi. Ci starò 25 anni.

Primo lavoro, un’azienda commerciale, distribuzione prodotti chimici: iniziato facendo traduzioni tecniche, finito come responsabile di formazione degli agenti per l’Italia. Poi sales manager di una grande compagnia editoriale americana. E quindi la Camera di Commercio italiana per la Germania, dove resterò 20 anni, scalando tutte le posizioni di carriera.

Ricordo l’emozione del primo incontro con l’Ambasciatore italiano. Poi anni di incontri, convegni, colloqui quotidiani con ministri, economisti e top manager.

Nel 2008, da poco diventata direttore della Camera, mi trovo ad affrontare una questione di grande rilevanza mediatica e politica: l’emergenza dei rifiuti della Campania. Ero fuggita dalla “monnezza” del mio Paese, e adesso il mio Paese mi chiedeva di occuparmene. Logico. In Germania avevano il problema di una rete di termovalorizzatori sottoutilizzata per mancanza di materia prima. Una classica situazione win-win. Così chiamo l’Ambasciata, e il progetto prende avvio, tra difficoltà e polemiche. La soddisfazione per il risultato, ma anche una certa sfiducia verso la politica e i mass media.

Più recentemente, l’incontro con Montezemolo. Invitato a un convegno, mi ha risposto: vengo non per parlare della Ferrari, ma del sistema Italia, che ne ha bisogno. Si presenta alla guida di una Ferrari grigia, la cravatta rossa, un carisma naturale, una disponibilità assoluta. E comincio a sentire, da qualche parte nel mio inconscio, una specie di orgoglio nazionale, da sempre rifiutato.

Poco dopo, entro per caso in contatto (conoscenza d’aereo) con un dirigente di Confindustria Bergamo, che mi parla di Multiconsult. Incontro Giovanna, mi spiega che da sempre lavorano col mondo tedesco. Poi ho occasione di “misurare” il suo staff. Chiedo di prepararmi un database, un lavoro che in Germania richiede una settimana. Mi arriva dopo tre giorni, perfetto, completo. Poche parole, ma un sacro rispetto della parola data: questi bergamaschi, sono i tedeschi d’Italia.

Così decido di iniziare una nuova fase, con base a Milano. Non governativa, libera dalla politica, puramente business. Dopo 25 anni in Germania, è il momento di tornare in Italia, con la missione “opposta”: portare la Germania in Italia.

Con Multiconsult si aprono nuove linee di business. Conosco a fondo i pregi, ma anche gli “spigoli” del mercato tedesco, che impone le sue regole, e non perdona imprecisione e furbizia. Ma è anche un mercato complementare a quello italiano per prodotti e attitudini.

Promuoviamo le fiere italiane, e milanesi in primis, nei mercati di lingua tedesca, e portiamo fisicamente le imprese tedesche in Italia, con attività di incoming di buyer tedeschi, affascinati da un mercato-paese che non riescono ad “afferrare”. E risulta determinante un supporto non solo commerciale, ma di mediazione culturale.