I buoni segnali dall’export e il cammino ancora da fare

L’aumento dell’export a settembre non è soltanto una buona notizia: è la notizia giusta. Significa che il sistema produttivo italiano continua tenacemente a risalire la china della crisi; meglio ancora, i pochi dettagli dei dati appena comunicati dall’Istat consentono di supporre che il miglioramento strutturale e profondo dell’apparato produttivo, che molte imprese avevano avviato intorno al 2003, e che era in pieno svolgimento allo scoppiare della crisi, non si è arrestato.

Nei primi nove mesi del 2011, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, le esportazioni sono aumentate del 13,5%: un tasso robusto, che sarebbe di fortissima espansione se non fosse un ricupero parziale della caduta precedente. Comunque la crescita c’è ed è solida, accompagnata da un più 13,2% delle importazioni: per un Paese trasformatore la crescita delle esportazioni trascina quella delle importazioni, ma se la prima supera la seconda è un buon segno. Accompagnato da un altro segnale che va interpretato: quello dei prezzi medi dei due flussi.

Il valore medio unitario delle esportazioni è aumentato del 6,7%, quello delle importazioni del 9,8%. C’è stato quindi un peggioramento delle ragioni di scambio – gli scambi sono diventati per noi un po’ meno vantaggiosi – ma c’è stato un aumento della competitività delle nostre merci.

A mio parere è un’evoluzione positiva: da dieci anni non cresciamo perché i nostri costi di produzione salgono più di quelli dei concorrenti, il rischio che dobbiamo assolutamente evitare è di farci tagliar fuori dalla corrente della crescita mondiale, trainata dai Paesi emergenti: diventare un po’ più competitivi è quello che ci serve, per creare occupazione e riavviare lo sviluppo, compresi i consumi interni.

Se si vanno a guardare le determinanti dei prezzi si scopre che l’energia ha giocato un ruolo di rilievo; escludendola, il valore medio delle esportazioni è cresciuto del 4,3%, quello delle importazioni del 5,1%. Il che significa che i prezzi dell’energia hanno inflazionato sia i flussi in uscita che soprattutto quelli in entrata; che il grosso della perdita di ragioni di scambio si è verificato proprio lì; che di conseguenza la gestione del problema energetico sarà uno dei temi più importanti per il benessere del Paese.

C’è un altro dato molto positivo: le esportazioni sono salite di più verso i Paesi extra-Ue. Naturale, visto che la crescita mondiale si verifica principalmente lì. Ma proprio per questo è importante parteciparvi, e in modo diretto, non soltanto come subfornitori di altre imprese europee. Quel processo di trasformazione strutturale delle nostre imprese, purtroppo di non abbastanza di esse, così impegnativo e faticoso, non è stato congelato dalla crisi che ne ha colte molte a metà del guado; la messa a punto di prodotti vincenti, la penetrazione nei mercati in crescita, gli investimenti diretti in loco stanno dando i loro frutti.

I tassi di crescita dell’export sono di tutto rispetto e ci permettono di guardare con fiducia alla nostra partecipazione nella crescita mondiale, che, non dimentichiamolo, continua possente, sia pure trainata da motori lontani. Ci si può chiedere se un grande Paese può affidare le sue speranze di riavvio dello sviluppo soprattutto sulle esportazioni, e che cosa avverrebbe se tutti i Paesi pretendessero di fare altrettanto.

È una domanda che avrebbe senso porre se l’Italia pretendesse di esportare un eccesso di produzione ottenendo saldi commerciali attivi. Ma non è così: anche i dati che stiamo commentando espongono un saldo commerciale passivo.

A settembre, mese in cui l’export è salito del 2% e l’import è sceso dell’1,3% rispetto al mese precedente, il saldo commerciale è stato ancora passivo per 1,8 miliardi. La vera domanda che ci si dovrebbe porre è: fino a che punto e per quanto tempo un grande Paese può consumare più di quanto produce, a spese di chi, e con quali conseguenze? Se questa domanda se la fosse posta, ad esempio (insieme ad altri suoi connazionali), Alan Greenspan, che oggi ci fa le prediche da oltre Atlantico, forse il mondo non sarebbe nella difficile posizione in cui si trova.

Se la crisi è grave è perché squilibri ben più grandi di quelli addebitabili all’Italia sono stati coltivati per decenni. Da essa si esce anche consolidando una proficua divisione del lavoro con i grandi Paesi emergenti; il che richiede di irrobustire il nostro sistema produttivo. Più ci inoltriamo su questo cammino, più ci lasceremo alle spalle il peso del debito.

di Gian Maria Gros Pietro ” Il sole 24 ore”