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	<description>Marketing per l'Impresa</description>
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		<title>IL TESSILE RITROVA GLI ORDINATIVI</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 09:36:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>multi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giro d&#8217;affari in aumento del 9%- Loro Piana:&#8221; La filiera ha tenuto&#8221; Domanda in aumento, redditività crescente, un’offerta completamente rinnovata. Dopo due anni di apnea, prime boccate d’ossigeno per i distretti tessili italiani: «Vedo una ritrovata dinamicità, in tutta Italia», osserva Pierluigi Loro Piana, presidente di Milano Unica, che a pochi giorni dall’inaugurazione del Salone [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giro d&#8217;affari in aumento del 9%- Loro Piana:&#8221; La filiera ha tenuto&#8221;<br />
Domanda in aumento, redditività<br />
crescente, un’offerta<br />
completamente rinnovata.</p>
<p><span id="more-823"></span></p>
<p>Dopo due anni di apnea,<br />
prime boccate<br />
d’ossigeno per i distretti<br />
tessili italiani: «Vedo una ritrovata<br />
dinamicità, in tutta Italia»,<br />
osserva Pierluigi Loro Piana,<br />
presidente di Milano Unica,<br />
che a pochi giorni dall’inaugurazione del Salone trova intorno a<br />
sé tutto quel che occorre per dare<br />
vita a un’edizione «giovane e<br />
spumeggiante, che senz’altro<br />
marcherà la differenza rispetto<br />
al buio degli ultimidueanni».<br />
Impressioni che trovano conferma nei numeri,<br />
di nuovo contrassegnati<br />
dal segno più. Dalla<br />
panoramica sui principali poli<br />
italiani emerge che «la prima<br />
metà dell’anno mediamente si è<br />
chiusa con un aumento dei volumi<br />
d’affari pari al 9%», riporta<br />
LoroPiana,ma le notizie migliori<br />
riguardano l’autunno: «Registriamo<br />
una crescita media degli<br />
ordinativi per il secondo semestre<br />
del 20-30%, con punte<br />
addirittura del 70 per cento»,<br />
un balzo che dovrebbe consentire<br />
al comparto se non di eguagliare<br />
almeno di avvicinarsi<br />
molto alla performance del<br />
2008. «La filiera non si è sfaldata,<br />
il fare sistema ci ha aiutato –<br />
prosegue il presidente di MilanoUnica<br />
– e molte aziende, pur<br />
vedendo ridotti i loro volumi, si<br />
sono finalmente riposizionate<br />
su una redditività maggiore».<br />
Tra il 2000 e il 2009 il tessile<br />
italiano ha perso più di 20mila<br />
imprese, e l’export è sceso da<br />
39,3a32,9miliardi.Ma gli addetti<br />
ai lavori sono concordi nel sostenere che il fondo si è toccato,<br />
e già dal 2010 non si potrà che<br />
risalire. A Biella, il presidente<br />
dell’Unione industrale, Luciano<br />
Donatelli, è convinto che<br />
per agganciare deifinitivamente<br />
la ripresa «serviranno ancora<br />
6-8 stagioni, non di più». Le<br />
cifre elaborate da Unioncamere<br />
Piemonte dicono che nel<br />
2009 l’export di prodotti tessili<br />
è crollato del 20,8% a quota<br />
882,6milioni;nelgirodivent’anni<br />
il polo è sceso dai 40mila addetti<br />
di partenza prima a 20mila,<br />
poi a 13 mila,le fabbriche falcidiate<br />
dalla crisi si mettono<br />
all’asta in tribunale, ma l’impressione è che la nuova formula per competere sia stata individuata:<br />
«Abbiamo capito che è finita<br />
l’epoca dei tuttologi», spiega<br />
ancora Donatelli: «I nostri<br />
imprenditori, a loro spese, hanno<br />
compreso che senza specializzazione<br />
non si va da nessuna<br />
parte». Un esempio? «Basta<br />
pensare a un qualsiasi cappotto<br />
di lana, che una volta pesava<br />
quasi un chilo e oggi si aggira intorno<br />
ai 360 grammi. È il segno<br />
di un settore che ha subìto<br />
un’autentica rivoluzione in termini di innovazione oltre che di<br />
gusti: e noi su questo versante<br />
non abbiamo rivali».Tantomeno<br />
in Asia, che da grande concorrente<br />
si sta trasformando in<br />
«uno dei nostri migliori clienti,<br />
con le centinaia di milioni di<br />
consumatori attratti solo dall’alta<br />
qualità. Paradossalmente,saranno proprio i<br />
cinesi che ci imporranno un sistema<br />
di tracciabilità<br />
efficiente e trasparente,<br />
con la loro ossessione per il made in<br />
Italy autentico».<br />
Anche Como lavora sul dopo crisi:<br />
c’è chi punta sui tessuti utili<br />
nel settore sanitario, chi si inventa<br />
la cravatta con il taschino,<br />
chi fa aggregazioni e chi<br />
crea una rete di imprese in cui<br />
ognuno collabora con gli altri<br />
ma è anche libero di prendere<br />
commesse esterne. Ogni azienda<br />
cerca la sua strada per far<br />
fronte alle nuove caratteristiche<br />
del mercato, con un occhio<br />
di riguardo per i prezzi e tempi<br />
di lavorazione: «Le rendite di<br />
posizione &#8211; afferma Ambrogio<br />
Taborelli,presidente di Confindustria<br />
Como e imprenditore<br />
del comparto tessile &#8211; non sono<br />
più consentite. Oggi il prezzo<br />
con cui si va sul mercato non<br />
può più essere troppo distante<br />
dai costi.Le due cose devono andare di pari passo e ci deve  essere<br />
un’attenzione costante al loro<br />
contenimento». Anche qui,<br />
dovesi realizzano tessuti e prodotti per la parte alta del mercato,<br />
dove, uno si immagina, l’attenzione al prezzo dovrebbe essere<br />
meno alta. Forse sarà così<br />
per il cliente finale, quello che<br />
effettua l’acquisto in negozio.<br />
Di certo non lo è lungo la catena<br />
degli operatori: «Anche i<br />
brand più famosi-precisa Taborelli-<br />
stanno attenti ai costi.Persino<br />
Hermes, per intederci, valuta<br />
il prezzo di ciò che compra<br />
». E così la nuova asticella<br />
da superare per l’industria locale<br />
consiste nel mantenere le<br />
competenze e i livelli raggiunti<br />
in passato ma fare tutto con la<br />
massima efficienza e in tempi<br />
rapidi. Già, perché il fast<br />
fashion, la tendenza dei marchi<br />
a evitare le collezioni che restano<br />
sul mercato una stagione intera<br />
in favore di assortimenti<br />
che vengono ripetuti più volte<br />
in pochi mesi, ha cambiato il<br />
mododi lavorare.<br />
«Il portafoglio ordini è cortissimo<br />
- prosegue il presidente<br />
di Confindustria Como &#8211; al<br />
massimo 3 settimane. Del resto<br />
ordini a due mesi non esistono più perché con un tale<br />
arco<br />
di tempo le commesse vengono<br />
fatte in Cina». Standard<br />
elevati, piccolequantità e tempi<br />
ridotti stanno modificando<br />
anche le tecnologie produttive,<br />
conla diffusione delle stampanti<br />
digitali che garantiscono<br />
maggiore flessibilità rispetto a<br />
quelle tradizionali in temini di<br />
volumi.Chi può,seppur in tempi<br />
difficili come questi, investe<br />
sulle nuove soluzioni perché<br />
anche grazie all’automazione<br />
è possibile ridurre i costi di produzione.<br />
Dopo mesidi bollettini<br />
di guerra con indicatori negativi,<br />
finalmente sono arrivati,<br />
seppur timidi, i primi segnali<br />
positivi: «Nulla sarà come<br />
prima – chiosa Taborelli &#8211; però<br />
se il nuovo scenario verrà affrontato<br />
nel modo giusto non<br />
escludo che si possa tornare ai<br />
livelli del passato».</p>
<p>di Marco Ferrando<br />
di Matteo Prioschi<br />
Il Sole 24 Ore</p>

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		<item>
		<title>PIU&#8217; LONTANE LE AREE SPECIALI ALL&#8217;ITALIANA</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 09:21:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>multi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il sogno delle free zone ispirate al modello francese è bruscamente svanito con l’ultimo Milleproroghe. Dopo almeno tre anni di valutazioni tecniche, delibere Cipe e defatiganti negoziati con la Commissione europea lo strumento delle Zone franche urbane è stato trasformato nelle Zone a burocrazia zero. Un cambio di nome, ma anche di sostanza: il ministero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il sogno delle free zone ispirate al<br />
modello francese è bruscamente svanito con l’ultimo<br />
Milleproroghe.</p>
<p><span id="more-820"></span></p>
<p>Dopo almeno<br />
tre anni di valutazioni tecniche,<br />
delibere Cipe e defatiganti negoziati<br />
con la Commissione europea lo strumento delle Zone franche<br />
urbane è stato<br />
trasformato nelle Zone a burocrazia<br />
zero. Un cambio di nome, ma anche di<br />
sostanza: il ministero dell’Economia, a<br />
cui spettava dare attuazione definitiva<br />
al meccanismo, ha sollevato perplessità<br />
di fronte all’entità dei decreti di concessione da cui sarebbe emerso un onere<br />
insostenibile con il quadro di finanza<br />
pubblica.<br />
Delle Zone a burocrazia zero però<br />
non si è saputo più nulla, anche perché<br />
si attendono ancora i decreti attuativi.<br />
Il progetto potrebbe ritrovare smalto<br />
nell’ambito del programma dei cinque<br />
punti preparati dal governo Berlusconi<br />
per chiedere la fiducia in Parlamento.<br />
Nel capitolo dedicato al rilancio degli<br />
investimenti al Sud potrebbero infatti<br />
trovare posto gli incentivi per attrarre nuove imprese<br />
oper favorirne la<br />
nascita: un terreno fertile per le Zone a<br />
burocrazia zero.<br />
Intanto i fondi sono stati avocati al ministero dell’Economia.<br />
Le norme potrebbero<br />
subire ancora qualche variazione,<br />
ma nella sostanza il Milleproroghe ha<br />
cancellato le Zone franche urbane (su<br />
cui aveva fortemente puntato l’ex ministro<br />
dello Sviluppo economico Claudio<br />
Scajola) dirottandone le risorse previste verso contributi per le nuove iniziative produttive avviate<br />
nelle Zone a burocrazia<br />
zero. Lo stesso vale per la zona<br />
franca &#8220;speciale&#8221; prevista all’Aquila. Insomma<br />
si è dato l’addio all’esenzione<br />
dalle imposte sui redditi e dall’Irap, lasciando<br />
solo un contributo per il pagamento dell’Ici<br />
e contributi sulle retribuzioni<br />
da lavoro dipendente, con un forfait<br />
«da erogarsi a cura dei comuni nei<br />
cui territori ricadono le zone franche,<br />
nei limiti delle risorse già individuate»<br />
dal Cipe per ciascuna amministrazione.<br />
Rimane il rammarico per le Zone franche<br />
urbane, uno strumento completo<br />
che in Francia ha riscosso un grande successo,<br />
tanto che si sono moltiplicate.<br />
Seguendo il modello francese,esse furono<br />
create dalla finanziaria Prodi del<br />
2008.Era previstoche dovessero sorgere<br />
nei quartieri a più alto disagio socioeconomico di 23comuni,<br />
comestrumenti<br />
di contrasto della disoccupazione e<br />
della micro-criminalità. I comuni prescelti<br />
erano 18 del Mezzogiorno e cinque<br />
del Centro-nord, Ventimiglia, Massa<br />
e Carrara, Velletri eSora.<br />
Era anche previsto che le piccole imprese<br />
che si fossero insediate potessero<br />
beneficiare di esenzioni sul reddito,<br />
sull’Irap, sui contributi e sull’Ici per un<br />
arcotemporale di 14 anni.<br />
Le tipologie di imprese beneficiarie<br />
identificate erano quelle piccole<br />
fino a 50persone o con meno di 10 milioni<br />
di fatturato, e le microimprese<br />
conmenodi dieci addetti edue milioni<br />
di fatturato.</p>
<p>di Emanuele Scarci</p>
<p>Il Sole 24 Ore</p>

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		</item>
		<item>
		<title>LA SEDUZIONE GLOBALE DELLE &#8220;FREE ZONE&#8221;</title>
		<link>http://www.multi-consult.com/2010/09/07/816/</link>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 07:33:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>multi</dc:creator>
				<category><![CDATA[blog]]></category>

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		<description><![CDATA[Bilancio positivo per chi ha investito nelle zone franche alla ricerca di nuovi mercati Le Free trade zone sono quelle aree, all’interno di uno stato, in cui il governo fissa condizioni agevolate per l’esercizio dell’attività imprenditoriale,dalla produzione al commercio, dallo stoccaggio ai servizi di consulenza. Sul piatto, per attirare gli investimenti stranieri, ci sono esenzioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Bilancio positivo per chi ha investito nelle zone franche alla ricerca di nuovi mercati<br />
Le Free trade zone sono quelle aree,<br />
all’interno di uno stato, in cui il governo<br />
fissa condizioni agevolate per<br />
l’esercizio dell’attività imprenditoriale,dalla produzione al commercio,<br />
dallo stoccaggio ai servizi di consulenza.</p>
<p><span id="more-816"></span></p>
<p>Sul piatto, per<br />
attirare gli investimenti stranieri, ci sono<br />
esenzioni fiscali, riduzione dei dazi sulla<br />
riesportazione,sgravi sui contribut iper i lavoratori<br />
assunti, piena proprietà dell’impresa senza<br />
obbligo di partner locali.Che il<br />
modello funzioni,è fuori discussione:il miracolo<br />
cinese è cominciato proprio da oasi<br />
come queste, con il delta del Fiume delle<br />
Perle in prima fila.<br />
Tracciare una mappa di tutte le zone esistenti<br />
è pressoché impossibile. L’ultima ha<br />
visto la luce giusto la settimana scorsa in Cina,<br />
aYili,nelloXinjiang,al confine con il Kazakhstan.<br />
Fotografare l’insieme della presenza italiana in queste aree anche:<br />
sul tema<br />
il viceministro per il Commercio estero,<br />
Adolfo Urso,ha appena promosso un gruppo<br />
di lavoro ad hoc. Restano i feedback di<br />
chi le ha scelte, come Gianluca Cali. Che da<br />
Perugia inizialmente era sbarcato a Dubai,<br />
ma alla fine ha preferito la zona franca di<br />
Ras Al Khaimah: «Dubai ne ha più d’una di<br />
Free trade zone &#8211; racconta &#8211; le esenzioni sonole<br />
stesse.È che RasAlKhaimah mi è sembrata<br />
più dinamica». Tra i suoi clienti, Cali<br />
ha diverse Pmi italiane, che vendono i loro<br />
prodotti di nicchia &#8211; materiali di alta qualità<br />
e design di lusso &#8211; agli hotel, alle ville e ai<br />
loungebarche affacciano sul Golfo Persico.<br />
E quando vedono i suoi 25 metri quadrati di<br />
ufficio nella zona franca spesso si fanno venire<br />
l’acquolina in bocca: «L’ultimo a farci<br />
un pensiero,sul trasferimento,qui–racconta<br />
– è un produttore di scarpe marchigiano<br />
».Quale posto migliore?L’emirato confina<br />
coi ricchi paesi del Golfo ed è a meno di<br />
tre ore di volo dalla locomotiva economica<br />
indiana, dall’Iraq in piena ricostruzione e<br />
dall’altrettanto promettente mercato iraniano.<br />
«Un biglietto aereo di andata e ritorno<br />
da qui al Qatar costa solo 40euro».<br />
Dalla parte opposta del globo,e dal lontano<br />
1958, anche la Farmazona di Giovanni<br />
Ferrari ha scelto un’area speciale.Quella panamense<br />
di Colon, che a detta dell’authority<br />
che la governa è la seconda più grande al<br />
mondo. «Di italiani qui ce ne sono solo due<br />
otre», raccontaFerrari,e lo fa con cognizione di causa:<br />
per cinque anni è stato presidente<br />
dell’Associazione degli utilizzatori della<br />
zona franca di Colon. «L’Authority ha sempre fatto poca campagna marketing all’estero<br />
– spiega – e fino a un anno fa Colon ha<br />
scontato un certo isolamento per l’assenza<br />
di un collegamento veloce con la città di Panama<br />
».Ora l’autostrada c’è, e Ferrari consiglierebbe questa zona a tutte le piccole e medie<br />
imprese che puntano sui mercati sudamericani:<br />
«Da qui li si raggiunge tutti, e soprattutto<br />
si può giocare di sinergia con gli<br />
altri imprenditori presenti a Colon».<br />
È il vecchio tema del cluster, insomma.<br />
L’unione che fa la forza: una business community<br />
unita non dal settore merceologico,<br />
madalla vocazione all’export versouna<br />
stessa area geografica. Ecco l’altra forza<br />
delle zone economiche speciali, al pari delle<br />
agevolazioni fiscali. Quale area scegliere?<br />
Il magazine «Fdi», di proprietà del Financial<br />
Times, ha appena pubblicato la<br />
classifica delle migliori 25 Free trade zone<br />
del futuro. Vince la Waigaoqiao di Shanghai,<br />
grazie alla presenza di oltre 9mila imprese,<br />
un terzo di tutte quelle straniere approdate<br />
in città. Sette delle prime 25 sono<br />
negli Emirati,mapoi ci sono anche autentiche<br />
sorprese: come Chittagong in Bangladesh,<br />
ilClarkfreeportdelle Filippine, gli Industrial<br />
Estates della Thailandia e la Togo<br />
Export Processing Zone.<br />
Nella scelta di un’area, però, molto dipende<br />
dai potenziali mercati di sbocco dei<br />
prodotti, resi ancor più competitivi dall’alleggerimento dei<br />
dazi.Ecco dunque che alle<br />
imprese italiane interesserà sapere che,<br />
nei vicini Balcani, la Macedonia è molto attiva e da marzo a oggi ha aperto ben tre nuove zone franche,<br />
che qui si chiamano&#8221;di sviluppo<br />
tecnologico e industriale&#8221;. Salgono<br />
così a quattro quelle presenti nel paese:<br />
Skopje 2 &#8211; che si aggiunge a Skopje 1, nata<br />
nel 2007 &#8211; Stip e Tetovo. I vantaggi non sono<br />
di poco conto: imposte sul reddito personale<br />
e societario pari a zero per i primi 10<br />
anni (successivamente flat tax sui profittie<br />
Irpef al 10%), esenzione dell’Iva e dei dazi<br />
doganaliperl’esportazione delleproduzionirealizzate<br />
nelle zone franche,sovvenzioni<br />
fino a 500mila euro per i costi di costruzione,<br />
collegamento gratis ai servizi (elettricità,<br />
acqua, gas), terreni in concessione<br />
fino a 99 anni a prezzi agevolati. Il piatto è<br />
abbastanza goloso da aver spinto il nostro<br />
ministero dello Sviluppo economico a finanziare<br />
la «Settimana delle Pmi italiane<br />
in Macedonia», un progetto della Fiera del<br />
Levante Servizi che dal 19 al 23 ottobre accompagnerà<br />
gli imprenditori italiani proprio a Skopje,<br />
in occasione della  fiera tecnologica<br />
Tehnoma.<br />
L’altra grande area dove si sta concentrando<br />
la nascita di nuove zone franche<br />
coincide col mercato oggi più sottoosservazione<br />
del mondo, l’Africa. Proprio la settimana scorsa la Nigeria ha annunciato la creazione<br />
di una nuova area ad hoc affacciata<br />
sull’Atlantico,la LekkiFreeZone,a due passi<br />
dalla capitale Lagos. Verrà inaugurata a<br />
novembre e adisposizione degli investitori<br />
stranieri metterà 3mila ettari, con priorità<br />
ai progetti legati all’elettronica, ai macchinari,<br />
alla farmaceutica e all’arredamento.<br />
La notizia però è un’altra, è cioè che il 60%<br />
del capitale &#8211; 5 miliardi di dollari &#8211; necessario<br />
per realizzarla arriva dai cinesi. Attraverso<br />
la società che controlla le ferrovie, la<br />
corporationper le opere di ingegneria civile<br />
e il China-Africa Development Fund, infatti,<br />
Pechino stende ancora una volta la<br />
sua longa manus su uno dei paesi africani<br />
più ricchi di materie prime. Non solo: apre<br />
alle proprie aziende un varco in uno dei<br />
mercatipiùinteressanti del Continentenero.<br />
Secondo gli analisti, nei prossimi anni la<br />
classe media emergente della Nigeria supererà<br />
quella del Sudafrica.<br />
Tra  i membri di una zona franca, avere la<br />
tessera Vip può in effetti dischiudere un<br />
certo vantaggio competitivo. L’Italia, per<br />
esempio, ci sta provando in Libia, corteggiato partner<br />
dell’Africa del Nord,come dimostra<br />
anche la recente visita del leader<br />
Gheddafi.Un anno e mezzo fa l’allora ministro<br />
dello Sviluppo economico Claudio<br />
Scajola sottoscrisse a Tripoli un protocollo<br />
per la creazione di una zona franca dedicata alle Pmi italiane.<br />
Sarebbe sorta a Misurata,<br />
disse in seguito il Governatore della<br />
Banca centrale libica al viceministro per il<br />
Commercio estero Adolfo Urso. Ma da allora tutto sembra bloccato:<br />
il nome Misurata,<br />
fanno sapere dal ministero per lo Sviluppo<br />
economico, non compare da nessuna<br />
parte, tanto che si è ritenuto opportuno<br />
non passare alla fase operativa, attendendo<br />
una risposta univoca da parte libica.<br />
Che non è arrivata nemmeno durante le<br />
giornate romane del suo leader.</p>
<p>di Micaela Cappellini<br />
Il Sole 24 Ore</p>

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		<title>RIASSETTO PER IL COMMERCIO ESTERO</title>
		<link>http://www.multi-consult.com/2010/09/06/riassetto-per-il-commercio-estero/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 07:09:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>multi</dc:creator>
				<category><![CDATA[blog]]></category>

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		<description><![CDATA[Internazionalizzazione. La frammentazione delle competenze frena l&#8217;efficacia di missioni e politiche di promozione Due piani sul tavolo del governo per cambiare la governance e ridurre gli enti &#8211; LE OPZIONI &#8211; Urso: entro il mese presenterò il progetto a Berlusconi. Frattini punta invece sul ruolo delle ambasciate all&#8217;estero ROMA Dall&#8217;Azerbaijan al Kosovo, da Panama alla Mongolia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Internazionalizzazione. La frammentazione delle competenze frena l&#8217;efficacia di missioni e politiche di promozione Due piani sul tavolo del governo per cambiare la governance e ridurre gli enti &#8211; LE OPZIONI &#8211; Urso: entro il mese presenterò il progetto a Berlusconi.</p>
<p><span id="more-813"></span>Frattini punta invece sul ruolo delle ambasciate all&#8217;estero ROMA Dall&#8217;Azerbaijan al Kosovo, da Panama alla Mongolia, dalla Cina al Camerun: il sistema Italia è perennemente in viaggio per cercare nuovi mercati di sbocco ed il carnet delle missioni governative all&#8217;estero è sempre pieno. Ma sulla strategia per promuovere il made in Italy all&#8217;estero e conquistare nuovi investimenti si apre ora il cantiere della riforma con due progetti alternativi sul tavolo del governo. L&#8217;obiettivo è cambiare passo, anche perché i risultati finora sono stati fortemente condizionati dall&#8217;eccessiva frammentazione di enti, società, regioni che a vario titolo stilano programmi che rischiano poi di intralciarsi. In alcuni casi le missioni governative diventano di sistema, organizzate con Confindustria, Abi ed Ice. È senz&#8217;altro la formula di maggiore successo, come dimostra la mole di incontri organizzati tra imprenditori italiani e stranieri. Ma la sensazione, se si guarda ai risultati di grandi missioni in Cina ed India condotte da concorrenti diretti come Francia e Germania, è che non sempre il governo dia la giusta spinta. Lo scorso giugno ad esempio, il Padiglione italiano a Shanghai ha inevitabilmente risentito dell&#8217;assenza del ministro titolare dello Sviluppo economico, dopo che un mese prima Claudio Scajola si era dimesso per lo scandalo-Anemone. Nel caso delle altre missioni, il ministero dello Sviluppo economico si muove attraverso le camere di commercio italiane all&#8217;estero. La prossima visita di sistema, con Confindustria, Abi ed Ice, è in programma a novembre in Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Il 13 e 14 settembre il viceministro allo Sviluppo con delega al commercio estero, Adolfo Urso, sarà invece in Tagikistan e Turkmenistan. Diverse missioni governative hanno puntato sull&#8217;Africa, ultima grande tendenza del mercato globale. L&#8217;adesione va a corrente alternata – dalle 229 imprese in Cina alle 15 del Kenya – così come le partnership e gli accordi che derivano dalle visite. La riforma Sia per le missioni sia per l&#8217;attività promozionale svolta dall&#8217;Italia si dovrà passare ora a una governance meno dispersiva. «Entro settembre – assicura Urso – presenterò al ministro ad interim, Silvio Berlusconi, il piano di riassetto degli enti. Spero possa arrivare al Consiglio dei ministri già in questo mese. Non c&#8217;è tempo da perdere perché a febbraio 2011 scade la delega al governo fissata dalla legge sviluppo». L&#8217;idea originaria, la creazione di una spa sotto il ministero dello Sviluppo economico in cui fondere sette tra enti e società, è naufragata ed è sopraggiunto un piano più soft che prevede solo la riorganizzazione di quattro tasselli lasciando una struttura per la promozione (Ice) e una per la penetrazione commerciale e gli investimenti (Simest, in cui potrebbero confluire le attività di Finest ed Informest). I tempi sono stretti ma l&#8217;intesa politica pare non esserci ancora. Il ministro degli Affari esteri Franco Frattini in un&#8217;intervista al Sole 24 Ore del 1° agosto ha esposto un progetto alternativo, che farebbe perno sulle ambasciate all&#8217;estero come uffici unificati che coordinano tutte le iniziative. Lo spirito delle due proposte in fin dei conti è comune – razionalizzare e rendere più efficaci promozioni e missioni all&#8217;estero – ma cambiano i protagonisti e il regista. Dopo l&#8217;indebolimento del ministero dello Sviluppo economico avvenuto negli ultimi mesi («sembrava la spartizione dell&#8217;Impero Ottomano – dice Urso – arginata per fortuna dal sottosegretario Letta»), la questione è diventata molto delicata. «Un trasferimento di competenze tra ministeri – osserva il viceministro – andrebbe fatto con un&#8217;apposita legge e richiederebbe un percorso molto lungo». La frammentazione Appare comunque certo che la politica per l&#8217;internazionalizzazione abbia bisogno di un radicale riassetto. Sopravvivono soggetti dal raggio d&#8217;azione ridotto (Finest e Informest) o che sono considerati ormai inutili dallo stesso ministro da cui dipendono (si vedano le dichiarazioni di Galan sulla società per l&#8217;agroalimentare Buonitalia). Ma una governance efficace, in tema di internazionalizzazione, è imprescindibile. Con la riforma del Titolo V della Costituzione la materia è entrata tra quelle a legislazione concorrente e questo ha imposto talvolta faticosamente di procedere attraverso accordi di programma con le Regioni per coinvolgerle in singole missioni. Anche nel sistema fieristico, ovviamente, si rischia la frammentazione delle iniziative, contro la quale si è cercato di porre un argine con l&#8217;accordo sottoscritto a maggio da ministero, regioni, Comitato fiere industria, Aefi e Cft.</p>
<p>di Carmine Fotina</p>
<p>Il Sole 24 Ore</p>

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		<title>IL SETTORE MANUFATTURIERO RESTA IL MOTORE DEL RILANCIO</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 14:02:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;analisi. Rapporto della direzione generale Imprese e industria LO SCENARIO &#8211; La ripresa è iniziata in maniera consistente in vari settori, resta da sciogliere il nodo dell&#8217;aumento dell&#8217;occupazione MILANO Un falso mito, quello della scomparsa del cuore manifatturiero europeo. Il muscolo, invece, continua a pulsare, eccome. Venti milioni di lavoratori e un contributo diretto del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;analisi. Rapporto della direzione generale Imprese e industria<br />
LO SCENARIO &#8211; La ripresa è iniziata in maniera consistente in vari settori, resta da sciogliere il nodo dell&#8217;aumento dell&#8217;occupazione<br />
MILANO<span id="more-811"></span></p>
<p>Un falso mito, quello della scomparsa del cuore manifatturiero europeo. Il muscolo, invece, continua a pulsare, eccome.<br />
Venti milioni di lavoratori e un contributo diretto del 15% al prodotto interno lordo (che balza al 37% considerando lo sterminato cerchio dell&#8217;indotto) ci ricordano che l&#8217;industria europea non ha sbaraccato a vantaggio delle aree del mondo a più basso costo del lavoro e, purtroppo, spesso sprovviste di tutele per chi ci lavora e per l&#8217;ambiente.<br />
Per giunta – evidenzia un rapporto della direzione generale impresa e industria di Bruxelles – il settore manifatturiero oggi tocca l&#8217;80% della ricerca e sviluppo e il 75% delle esportazioni.<br />
Così, mentre al cospetto delle vertenze industriali in corso in Italia c&#8217;è chi si chiede se ha ancora senso produrre lavatrici o frigoriferi in Europa, è utile sapere che auto, prodotti chimici, macchinari, prodotti aerospaziali, e perfino lavatrici e frigoriferi, continuano a farla da padroni nel vecchio continente e, soprattutto, a rappresentare l&#8217;eccellenza nel mondo dal punto di vista della qualità.<br />
Ci sono stati, è vero, rapidi cambi nei livelli di competenze e nell&#8217;organizzazione del lavoro, negli ultimi 10-15 anni. Come risultato oggi le aziende europee utilizzano tecnologie medio-alte, e impiegano lavoratori di alto o medio livello. La catena del valore ha acquistato un ruolo fondamentale nella costruzione di auto, pari al 30% del valore totale della produzione. L&#8217;industria tessile e della pelle, è vero, ha continuato a declinare, ma ciò non ha incrinato la tenuta complessiva del manifatturiero.<br />
Di più ha fatto la crisi mondiale, erodendo un buon 20% del valore industriale in soli sei mesi dopo il duro settembre 2008 anche perché le aziende hanno cercato di disfarsi dell&#8217;invenduto rimasto in magazzino: a maggio scorso la produzione ha viaggiato ben al di sotto del 13% del picco raggiunto ai primi del 2008.<br />
Ebbene, i tecnici europei ci ricordano che l&#8217;industria ha tentato la strada della ripresa con tutte le sue forze, ottenendo anche apprezzabili risultati.<br />
L&#8217;occupazione, quella sì, sembra non rialzare la testa: dall&#8217;inizio della crisi si è contratta del 12%, fatta eccezione per alcuni settori come macchine, motoveicoli, la lavorazione di metalli, tutti segmenti nei quali la produzione ha superato la riduzione degli occupati.<br />
Piuttosto – ammonisce il rapporto Ue – è nella ristrettezza degli standard del credito alle imprese che è possibile individuare con certezza la spina nel fianco della ripresa dell&#8217;industria.<br />
E, ancora, può sembrare una contraddizione nei termini, ma il suggerimento per l&#8217;industria è di cogliere le opportunità della globalizzazione andando a caccia dei mercati esteri, delle economie asiatiche, quelle che corrono al ritmo dell&#8217;8% e non del 2%, come l&#8217;Europa.<br />
Così, il protezionismo andrebbe assolutamente bandito, come pure le barriere tariffarie, ma la catena del valore dovrebbe arricchirsi grazie a continui investimenti all&#8217;estero.<br />
Perché ci sono almeno due leve da utilizzare e capitalizzare per poter garantire l&#8217;espansione: la tecnologia e l&#8217;innovazione. La Cina ha raddoppiato il numero dei suoi ricercatori, ora ne conta 1,2 milioni contro 1,3 milioni dell&#8217;Europa. Il sorpasso è dietro l&#8217;angolo,<br />
La qualità dei beni e dei servizi va garantita, resta fondamentale per difendere l&#8217;industria e imparare a difendere i diritti di proprietà intellettuale. Sia dentro sia fuori i confini europei. La forza lavoro più qualificata che oggi tocca il 2,5% del totale, entro il 2020 dovrà arrivare al 33 per cento.<br />
Solo così sarà possibile difendere il manifatturiero europeo. Infine, la variabile verde. Le ecotecnologie, il superamento delle energie inquinanti sono le grandi sfide da affrontare. Soprattutto il business dell&#8217;ambiente, cruciale per le piccole e medie imprese che contribuiscono per il 45% al prodotto manifatturiero e totalizzano il 60% dell&#8217;occupazione.<br />
A volerle fortemente è stata la strategia di Lisbona, i risultati si intuiscono, ma c&#8217;è bisogno di ampliarne il raggio d&#8217;azione.</p>
<p>di Rita Fatiguso<br />
Il Sole 24 Ore</p>

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