Parliamo di design, con i suoi protagonisti

Il design si racconta attraverso i protagonisti dell’edizione 2014 di DimoreDesign. Ma le serate degli incontri non sono solo l’occasione per parlare di architettura, sono anche il pretesto per parlare di innovazione, sostenibilità ambientale e relazioni umane.

Casa Trussardi, new entry di quest’anno, è stata la scenografia perfetta per l’appuntamento con Italo Rota. Introdotto dal direttore della GAMeC, Giacinto di Pietrantonio, il famoso architetto parla di sé come si confidasse ad un pubblico di amici.

La sua carriera è un continuo andirivieni tra il globale e il locale. Viaggia per seguire progetti in tutti i continenti, ma poi torna sempre a casa, in Italia a Milano, dove ha uno studio, e ultimamente anche a Bergamo, patria di suo nonno, perché a Brembilla sta progettando un nuovo complesso industriale.

Ogni trasferta sembra dargli una nuova consapevolezza sul suo ruolo nel mondo, che non si rifà al concetto classico dell’architetto che costruisce togliendo spazio all’ambiente. Al contrario, Italo Rota si sente incaricato di aprire, grazie all’architettura, nuovi spazi dove la natura possa esprimersi in armonia con l’uomo. Probabilmente questa visione del mondo gli deriva dalla “fondazione” del Tempio indù di Lord Hanuman in India, che ha realizzato in totale sintonia con il territorio circostante e soprattutto con lo state of mind delle persone che poi avrebbero pregato in quel tempio.

Lo stile di questo architetto fa perfettamente eco al saggio di Martin Heidegger “Costruire, abitare, pensare”, nel quale il filosofo spiega che l’atto del costruire case, uffici, complessi industriali deve essere preceduto da un gesto che pensa l’abitare umano come un custodire ciò che esiste.

Anche Aldo Cibic, ospite dell’ultima serata presso Palazzo Moroni, affascina con le sue parole l’auditorium, perché tutti comprendono la profonda coerenza che sussiste tra le sue parole e le sue azioni.

Il designer vicentino presenta la sua carriera come un continuo workshop, il cui fine è ripensare la felicità. Come? Ripartendo da un comandamento nuovo: “Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”. E che cosa c’entra il design? Secondo Cibic, che col suo lavoro vuole dare il buon esempio, il design è uno strumento di innovazione sociale, perché deve andare incontro ai nuovi bisogni delle persone e si configura quindi come mezzo di liberazione da quello che ostacola la felicità umana.

Superbaazar, l’Urbanismo rurale, un Campus tra i Campus e Nuove Comunità Nuove Polarità sono i quattro progetti nati dal manifesto Rethinking Happiness, modelli per disegnare un futuro migliore del presente che stiamo vivendo.

Si chiude così il piccolo master di design.

Arrivederci all’anno prossimo!

Immagine: Installazione di Aldo Cibic a Palazzo Moroni (scatto di Ezio Manciucca)