Consulenza | Il Paradosso della flessibilità

Se andiamo al di là delle considerazioni sul legame tra il consulente e l’impresa “cliente”, focalizzandoci maggiormente su un livello più individuale, è possibile vedere come il modo di concepire e di percepire se stessi e il proprio lavoro sia cambiato nel corso degli ultimi anni, anche per effetto della crisi.

Emerge un po’ quello che si potrebbe definire come un “paradosso della flessibilità”. Si dice che occorre “vivere” la propria attività lavorativa “giorno per giorno”, sempre all’ascolto dei segnali del mercato e pronti a concepire nuove strategie, prodotti, modi di comunicare, ecc. Da ormai qualche tempo, ognuno di noi è chiamato a rivedere il proprio modo di approccio al lavoro. Ha ancora senso parlare di un “posto fisso”, “a tempo indeterminato”? I professionisti come le imprese sono chiamati a vivere giorno per giorno, a imparare ad essere flessibili, e a re-inventarsi a seconda di quello che chiede il mercato.

Stiamo forse diventando tutti un po’ “imprenditori”? Il consulente deve essere sempre di più, in grado di offrire alle imprese la propria professionalità, acquisita sul campo, continuamente aggiornata e arricchita da nuove esperienze, progetti, ecc. Sicuramente la capacità di “ascolto” è fondamentale, soprattutto per riuscire ad arrivare e a percepire segnali che altri magari non sono stati in grado di intercettare. Se dobbiamo un po’ tutti metterci nell’ottica dell’essere imprenditori di noi stessi, un po’ come dei nuovi “cavalieri” del mercato, e i professionisti devono assumersi i rischi che ne conseguono (anche perché forse non c’è altra scelta), non dovrebbero essere anche retribuiti e avere dei riconoscimenti che ne tengano adeguatamente conto? Ciò che sembra emergere dal panorama economico italiano, in generale, è la diffusione di una strategia di minimizzazione della propria esposizione al rischio, seguendo un po’ la logica del gioco del cerino: “vediamo a chi resta in mano”… L’ultimo della catena è poi quello che si scotta, e di solito è uno dei “piccoli”: PMI, artigiano, lavoratore autonomo, professionista che non viene pagato per la consulenza fatta, ecc. È forse il caso di rivedere l’approccio al mercato del lavoro e le regole nazionali che lo disciplinano? L’introduzione di nuove forme contrattuali e tipologie di lavoro più flessibili sono sicuramente un passo avanti, una risposta all’esigenza di flessibilità richiesta dal mercato e dalla quale non ci si può sottrarre. Tuttavia, la nuova figura di lavoratore, ormai molto diffusa, ma della quale manca ancora una “coscienza”, è rappresentata da una schiera di giovani laureati, professionisti, ricercatori, consulenti che, al momento, non hanno una loro identificazione in una classe / categoria e pertanto spesso non risultano tutelati e adeguatamente “riconosciuti” sul piano economico, contributivo e sociale.

Da queste considerazioni occorrerebbe prendere spunto per una rinnovata visione e interpretazione del mondo del lavoro che sia veramente al passo con i tempi e con quanto richiesto nel mercato, senza però dimenticare anche il profilo umano e individuale che caratterizza questa emergente classe di professionisti, alla quale vanno riconosciuti strumenti di tutela adeguati.