Cina sempre più internazionale?

Per decenni la Repubblica Popolare Cinese ha “accumulato” investimenti stranieri sul suo territorio e questi hanno contribuito alla straordinaria crescita economica del Paese.

Di recente però si assiste ad una nuova tendenza che vede la Cina protagonista nella realizzazione di IDE.

Sotto il profilo storico: l’inizio del XX secolo è stato caratterizzato dall’ascesa delle aziende inglesi, mentre a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale si è verificata l’espansione delle multinazionali statunitensi che hanno raggiunto il loro massimo punto di sviluppo dopo gli anni ’60. Di recente sta emergendo una nuova “geografia” di investimenti e, secondo dati UNCTAD (2010), la quota di IDE mondiali delle economie emergenti nel periodo 2000-2009 ha subito una forte crescita. Siamo passati da valori attorno al 10% per IDE in uscita e del 20% per IDE in entrata nel 2000 a valori rispettivamente attorno al 30% e al 50% nel 2009. Questo dato significa che la metà dei flussi di IDE “in entrata” è destinata ai paesi emergenti e il 30% di quelli in “uscita” provengono dagli stessi paesi emergenti.

IDE In Entrata e Uscita in percentuale (Paesi emergenti)

Fonte: UNCTAD (2010)

 

Secondo il World Investment Report (2010), pubblicato dall’UNCTAD, la Cina nel 2009 si è attestata al secondo posto dopo gli Stati Uniti come paese ricevente di IDE e al quarto come investitore mondiale, dopo Stati Uniti, Germania, Francia e Hong Kong.

La crescente attività sullo scenario internazionale, è stata incoraggiata dalla strategia del Go Global, abbracciata formalmente dal governo cinese nell’XI piano quinquennale. A partire dal 2000, infatti è iniziata una semplificazione delle procedure di autorizzazione, garantendo supporto finanziario, consulenziale, legale e amministrativo alle imprese nazionali desiderose di investire all’estero.

Nel corso degli anni si è modificata la geografia di tali investimenti: Paesi in via di sviluppo e nazioni dotate di risorse naturali e materie prime “preziose” non rappresentano più gli unici “target” degli investimenti cinesi, di recente infatti l’attenzione si è rivolta anche alle economie industrializzate occidentali, caratterizzate da una maggior dotazione di know-how, tecnologia, risorse “chiave” per garantire uno sviluppo sostenibile nel lungo periodo. A ciò si aggiunge l’interesse per marchi e brand stranieri che sono diventati “bersagli” di acquisizioni da parte delle imprese cinesi.

Qual è la posizione dell’Italia rispetto a questo fenomeno?

Nel ranking per il 2009, l’Italia era al 44° posto tra le mete internazionali, assorbendo solo lo 0,008% degli investimenti esteri del Dragone. Tuttavia, anche se il nostro paese occupa una posizione marginale quale destinazione degli ingenti flussi d’investimento cinesi nel mondo (Mofcom, 2010), il tasso di crescita degli afflussi negli ultimi anni è cresciuto, rivelando un incremento significativo degli investimenti verso l’Italia: da 290.000 dollari nel 2003 si è giunti a oltre 46 milioni nel 2009 (dati National Bureau of Statistics cinese).

Quali sono le principali “destinazioni”?

Nel 2009 oltre il 90% dei flussi si cono concentrati in: Lazio, Lombardia, Veneto e Toscana. La presenza delle imprese cinesi coinvolge settori sia maturi come la meccanica e il tessile-abbigliamento, sia a più alto contenuto di tecnologia quali elettronica, automotive, comunicazioni.

Tra i protagonisti figurano grandi gruppi cinesi, anche a controllo pubblico, tra cui: Cosco e China Ocean Shipping Company nella logistica, Haier negli elettrodomestici, Huawei nelle telecomunicazioni e ICT, Anhui Jianghuai Automobile Co. Ltd, Chang An Automobile Group e Nanjing Motor Corporation nell’automotive.

Un esempio recente è l’acquisizione dello storico marchio nel motociclismo italiano, Benelli, da parte del gruppo cinese QJ.

A questo punto occorre chiedersi se ci troviamo davanti a una nuova “ondata” di multinazionali rampanti provenienti dalla Cina alla ricerca di nuovi spazi di mercato e asset strategici in Europa e Italia