11/04/2008
Walter Mariotti
Che cosa resta della creatività italiana alla scomparsa di Marco Mignani, icona del rinnovamento del costume fin-du-siècle più che geniale inventore di campagne come “Forza Italia”, numinoso slogan della Dc anno 1987, e “Milano da Bere”, epifania del gran ballo sull’abisso dell’Italia pretangentopoli? «In realtà molto – sorride Giovanni Chiarelli – anche se le cose sono cambiate».
Romano – classe 1970, copy della D’Adda, Lorenzini, Vigorelli, Bbdo e autore della premiata campagna Perlana Black Magic, Chiarelli – ha le idee chiare. «I Mignani, i Pirella, i Sanna furono capaci di uno scarto dalla cultura di provenienza. Oggi invece molti giovani vengono dalle scuole, che fra i tanti pregi danno una sorta di preimpostazione che in certi casi tarpa la creatività». Continua a leggere »
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Emanuele Scarci
Grande distribuzione piccola crescita (“drogata” dall’apertura di nuovi negozi) e crisi più acuta per l’industria di marca, specie per follower e marchi locali, stretta nella morsa della crisi dei consumi e delle marche del distributore.
L’anno scorso le vendite di prodotti di largo consumo in supermercati e ipermercati sono aumentate di uno striminzito 2,6% a 62,2 miliardi, un punto in meno dell’anno prima. A parità di rete commerciale il saldo sarebbe stato negativo di mezzo punto, contro il -0,4% dell’anno prima. Insomma, non è allarme rosso, ma la situazione è seria: il trend indica che lo sviluppo si riduce anche con le nuove aperture mentre il dato a rete omogenea diventa più pesante. Si tratta di dati medi ed è quindi presumibile che ci siano distributori che soffrono in misura diversa. Difatti l’asticella dell’efficienza si alza e tendenzialmente soffrono di più le “piccole” aziende. Continua a leggere »
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Enrico Netti
Il marchio del lusso più desiderato al mondo? Nella moda è quello di Gucci. La Casa fiorentina, di proprietà del gruppo francese Ppr, con un 26% di preferenze batte Chanel e l’americana Calvin Klein, ex aequo al 22%, nella classifica mondiale dei brand che un domani si vorrebbero acquistare senza dover scegliere in funzione della disponibilità di denaro. A dirlo è l’indagine “Global luxury brands” realizzata da Nielsen in 48 paesi. In evidenza nella parte alta della classifica anche Louis Vuitton, Christian Dior, Versace e Giorgio Armani che raccolgono, in media, una preferenza su cinque. “Gucci è al primo posto perchè ha saputo rimanere fedele ai valori del proprio brand - spiga Melinda Butts, direttore delle ricerche di Nielsen Europa -, riuscendo a diversificare l’offerta in aree molto remunerative, come, per esempio, i gioielli. Sono anche stati in grado di anticipare le richieste e i “capricci” dei consumatori di India, Cina, Russia e Medio Oriente, mercati che rappresentano nei prossimi anni la loro più importante risorsa. Inoltre nell’altagamma è stata la migliore marca nel mondo dal punto di vista del marketing snob”. Continua a leggere »
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Emanuele Scarci
Scontro all’ultimo carrello nella grande distribuzione italiana. E alla fine emerge che le preferenze dei consumatori non vengono determinate unicamente dal prezzo, ma anche dalla qualità dei prodotti, dalla facilità di accesso e dal risparmio di tempo nel punto vendita. Almeno questo risulta dal sondaggio condotto da AlixPartners, società di consulenza specializzata in ristrutturazioni aziendali. Il lavoro è stato realizzato in cinque Paesi europei, tra cui l’Italia. Continua a leggere »
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02/04/2008
PARIGI - L’urlo, l’applauso, gli abbracci. Così la delegazione italiana ha accolto la notizia della vittoria di Milano per l’Expo 2015, come deciso dal Bureau des Expositions riunito oggi al Palais de Congrès di Parigi. L’Italia ha battuto la Turchia e la sua candidata Smirne per 86 voti a 65. Gelata la delegazione turca (tra gli altri, il presidente della Repubblica Abdullah Gul e il ministro degli Esteri Ali Babacan). Continua a leggere »
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19/03/2008
di Andrea Carli
L‘anno sabbatico? Sulla carta, ossia nelle leggi, c’è. Anche in Italia per favorire l’aggiornamento professionale dei manager. In pratica sta solo muovendo i primi passi. Cercando di prendere la ruota dei Paesi anglosassoni, da sempre all’avanguardia nella flessibilità del lavoro e nei metodi avanzati di formazione.
Potrebbe essere l’ennesima moda importata dagli Stati Uniti, dopo il rock and roll, il lula hoop, il frisbee. In Italia quella di ricorrere all’anno sabbatico è ancora una pratica poco diffusa tra i manager. Anche tra chi appartiene alla generazione dei baby boomer stenta a decollare. Il problema è in primo luogo culturale. C’è il timore di passare da una situazione caratterizzata da grandi certezze a un’altra che, per quanto di durata limitata e a termine, è profondamente aleatoria. Nel mondo anglosassone invece la soluzione non solo è molto più in voga, ma viene vista di buon occhio dalle stesse aziende, talvolta anche agevolata. Continua a leggere »
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12/03/2008
Maria Bianucci
Da questa settimana, con cadenza quindicinale, Maria Bianucci racconterà in «Footprint» (impronta ecologica) aziende e persone che sperimentano soluzioni ecosostenibili o ispirate alla responsabilità sociale Che la maggior parte dei rifiuti solidi che produciamo sia rappresentato dagli imballi di ogni dimensione lo verifichiamo tutti i giorni. Ma non è stato questo il punto di partenza di Massimo De Santis, varesino, allora non ancora quarantenne. Eravamo nel ‘99. Responsabile acquisti della Whirlpool, dopo un’esperienza nel gruppo Agusta, gli accadde di scoprire in una normale riunione su logistica e packaging quanta rilevanza avessero i danni da trasporto. «Fu uno choc in piena regola. Avevo investito gli ultimi dieci anni della mia vita professionale nella qualità del prodotto e nel contenimento dei costi, per poi arrivare sul mercato danneggiati in partenza da un fattore del tutto estraneo al core business. Dall’imballaggio». Continua a leggere »
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Luca Davi
Brionvega, 500, Mini. Ma anche Abarth e Sèleco. Sono alcuni dei marchi che hanno segnato la vita degli italiani dal dopoguerra ad oggi. Brand importanti che, dopo un periodo di appannamento anche lungo, hanno ritrovato la strada del successo. Non tutti in egual misura, perché scalare di nuovo la vetta della fama non è cosa semplice. Anzitutto, spiegano i consulenti di brand, ci vuole una grande capacità di analisi del mercato, poi occorre sperare che la tipologia di prodotto incontri ancora i favori del pubblico e in ultimo bisogna mettere in conto il riposizionamento del marchio, quasi sempre indispensabile. Ma spesso i consumatori sembrano apprezzare l’operazione nostalgia. Forse perché, spiega Marco Andolfato, pubblicitario e socio dell’agenzia “Le Balene”, «in un epoca di forte frammentazione dei consumi, abbiamo bisogno di farci raccontare belle storie, di assaporare messaggi e valori condivisi che i marchi di grande successo conservano». Continua a leggere »
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07/03/2008
Vincenzo Chierchia
«Dobbiamo realizzare un patto di filiera per raffreddare i prezzi dei prodotti di largo consumo, altrimenti rischiamo che la situazione vada fuori controllo». Dario Rinero guida la filiale italiana di Coca Cola Hbc, ed è presidente di Indicod-Ecr, l’istituto che gestisce il codice a barre e raggruppa oltre 30mila imprese tra industriali e commerciali. «E Indicod-Ecr è il luogo più opportuno – aggiunge Rinero – per far sì che le tensioni tra industria e distribuzione vengano stemperate, ma soprattutto è l’ambito in cui si può collaborare per far scendere in maniera condivisa la febbre dei prezzi». Continua a leggere »
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Luca Davi
Un gigante bicefalo, che con una testa impartisce le coordinate a livello globale e con l’altra le riadatta al contesto locale. Sono le multinazionali, brand come Adidas e Coca-Cola, che dai loro headquarters lanciano prodotti e campagne pubblicitarie comuni per i mercati di tutto il mondo, salvo poi declinarli secondo i gusti dei singoli Paesi in nome della «glocalizzazione».
Per le big companies sportive, ad esempio, il grado di libertà può essere anche ampio. «Benché lo sport sia percepito nel mondo come un linguaggio universale, valido a tutte le latitudini, il modo di fruirne cambia da una nazione all’altra - spiega Paolo Guenzi, docente di marketing all’università Bocconi di Milano -. È un fatto di cultura nazionale, che spinge i consumi verso alcuni sport piuttosto che altri e che costringe gli operatori del settore ad agire di conseguenza. Spesso poi, anche su capi dello stesso sport, pesano mode e trend locali da cui non si può prescindere». Continua a leggere »
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