IL SETTORE MANUFATTURIERO RESTA IL MOTORE DEL RILANCIO

L’analisi. Rapporto della direzione generale Imprese e industria
LO SCENARIO – La ripresa è iniziata in maniera consistente in vari settori, resta da sciogliere il nodo dell’aumento dell’occupazione
MILANO

Un falso mito, quello della scomparsa del cuore manifatturiero europeo. Il muscolo, invece, continua a pulsare, eccome.
Venti milioni di lavoratori e un contributo diretto del 15% al prodotto interno lordo (che balza al 37% considerando lo sterminato cerchio dell’indotto) ci ricordano che l’industria europea non ha sbaraccato a vantaggio delle aree del mondo a più basso costo del lavoro e, purtroppo, spesso sprovviste di tutele per chi ci lavora e per l’ambiente.
Per giunta – evidenzia un rapporto della direzione generale impresa e industria di Bruxelles – il settore manifatturiero oggi tocca l’80% della ricerca e sviluppo e il 75% delle esportazioni.
Così, mentre al cospetto delle vertenze industriali in corso in Italia c’è chi si chiede se ha ancora senso produrre lavatrici o frigoriferi in Europa, è utile sapere che auto, prodotti chimici, macchinari, prodotti aerospaziali, e perfino lavatrici e frigoriferi, continuano a farla da padroni nel vecchio continente e, soprattutto, a rappresentare l’eccellenza nel mondo dal punto di vista della qualità.
Ci sono stati, è vero, rapidi cambi nei livelli di competenze e nell’organizzazione del lavoro, negli ultimi 10-15 anni. Come risultato oggi le aziende europee utilizzano tecnologie medio-alte, e impiegano lavoratori di alto o medio livello. La catena del valore ha acquistato un ruolo fondamentale nella costruzione di auto, pari al 30% del valore totale della produzione. L’industria tessile e della pelle, è vero, ha continuato a declinare, ma ciò non ha incrinato la tenuta complessiva del manifatturiero.
Di più ha fatto la crisi mondiale, erodendo un buon 20% del valore industriale in soli sei mesi dopo il duro settembre 2008 anche perché le aziende hanno cercato di disfarsi dell’invenduto rimasto in magazzino: a maggio scorso la produzione ha viaggiato ben al di sotto del 13% del picco raggiunto ai primi del 2008.
Ebbene, i tecnici europei ci ricordano che l’industria ha tentato la strada della ripresa con tutte le sue forze, ottenendo anche apprezzabili risultati.
L’occupazione, quella sì, sembra non rialzare la testa: dall’inizio della crisi si è contratta del 12%, fatta eccezione per alcuni settori come macchine, motoveicoli, la lavorazione di metalli, tutti segmenti nei quali la produzione ha superato la riduzione degli occupati.
Piuttosto – ammonisce il rapporto Ue – è nella ristrettezza degli standard del credito alle imprese che è possibile individuare con certezza la spina nel fianco della ripresa dell’industria.
E, ancora, può sembrare una contraddizione nei termini, ma il suggerimento per l’industria è di cogliere le opportunità della globalizzazione andando a caccia dei mercati esteri, delle economie asiatiche, quelle che corrono al ritmo dell’8% e non del 2%, come l’Europa.
Così, il protezionismo andrebbe assolutamente bandito, come pure le barriere tariffarie, ma la catena del valore dovrebbe arricchirsi grazie a continui investimenti all’estero.
Perché ci sono almeno due leve da utilizzare e capitalizzare per poter garantire l’espansione: la tecnologia e l’innovazione. La Cina ha raddoppiato il numero dei suoi ricercatori, ora ne conta 1,2 milioni contro 1,3 milioni dell’Europa. Il sorpasso è dietro l’angolo,
La qualità dei beni e dei servizi va garantita, resta fondamentale per difendere l’industria e imparare a difendere i diritti di proprietà intellettuale. Sia dentro sia fuori i confini europei. La forza lavoro più qualificata che oggi tocca il 2,5% del totale, entro il 2020 dovrà arrivare al 33 per cento.
Solo così sarà possibile difendere il manifatturiero europeo. Infine, la variabile verde. Le ecotecnologie, il superamento delle energie inquinanti sono le grandi sfide da affrontare. Soprattutto il business dell’ambiente, cruciale per le piccole e medie imprese che contribuiscono per il 45% al prodotto manifatturiero e totalizzano il 60% dell’occupazione.
A volerle fortemente è stata la strategia di Lisbona, i risultati si intuiscono, ma c’è bisogno di ampliarne il raggio d’azione.

di Rita Fatiguso
Il Sole 24 Ore

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