DALLE COPERTE ALLE SCIARPE COSI’ PEIA COLORA IL TIFO MONDIALE

A Peia le sciarpe tifano per il mondo e per il campionato in Sudafrica si sono preparati per farne di tutti i colori. Il riferimento è in senso assolutamente letterale all’attività della Tessilpeialta, che negli ultimi anni è diventata, in Italia e non solo, un riferimento importante per la produzione di sciarpe sportive.
Si tratta di un’impresa artigiana che fa capo a Elisabetta Bosio, la titolare, e al marito Giovanni Bosio: «Qui a
Peia – spiegano – siamo tutti Bosio…».

L’azienda, che in tutto, compresa la famiglia, dà lavoro a cinque persone, è attiva nel settore tessile da ormai  quant’anni.  «Siamo partiti negli Anni Sessanta – spiega Giovanni, il patron – sull’onda di un settore
che in valle ha fatto la fortuna di un’intera generazione. Ero io stesso che con il camion ogni settimana raggiungevo
Napoli, la Puglia e la Calabria per consegnare ai grossisti del Sud le coperte misto lana prodotte nel nostro
laboratorio di Peia».

Un’impresa artigiana come tante in Val Gandino, partita con telai a mano presto sostituiti da quelli a navetta. Poi il calo inesorabile delle vendite, la concorrenza delle importazioni e i mercati che cambiano. La famiglia Bosio,
in azienda ci sono anche le figlie Simona e Marilena, non resta con le mani in mano e cerca alternative possibili: ci
sono in magazzino scorte di materie prime e i telai devono girare.

«Lo spunto – continua Bosio- arrivò da un grossista milanese, intenzionato a produrre sciarpe sportive jacquard
personalizzate. Eravamo alla fine degli Anni Ottanta.  All’inizio fu una vera e propria seccatura: preparare
disegni, incrociare i colori, avviare un telaio per quello che era sostanzialmente un favore a un cliente».
L’abilità artigianale della Val Gandino traspare immediatamente dalle prime sciarpe «made in Peia Alta»: tessitura
perfetta, alta tenuta di disegno e colori rispetto alle normali sciarpe stampate. Nasce un nuovo business, che con il semplice passaparola porta le sciarpe della Tessilpeialta un po’ in tutto il mondo.

«I Mondiali di Italia ’90 e la crescente “personalizzazione” degli articoli legati al calcio ci hanno dato una spinta importante – aggiunge Bosio – ma presto abbiamo capito che era possibile allargare l’idea della sciarpa personalizzata
ad altri sport, per esempio il basket, ma anche l’hockey, e a una miriade di altre occasioni: concerti, ricorrenze,
pellegrinaggi e altro ancora».
Per la ditta di Peia si poneva però anche il problema del «commerciale»: un’azienda abituata a un rapporto familiare
e diretto con la propria clientela doveva cambiare pelle, proponendosi in maniera decisa al mondo intero.
«Ci ha aiutato non poco – spiega Bosio – la Camera di Commercio di Bergamo, che attraverso una consulenza
specifica attuata nell’ambito del progetto Promovalle ci ha consentito di avviare un programma di mailing mirato
e, successivamente, di aprire un sito internet che oggi è per noi il punto di contatto principale con la clientela. Disponiamo di una capacità produttiva di oltre 1.500 sciarpe al giorno, comprese le mini sciarpe e quelle
realizzate con la tecnica tubolare. La crisi però è forte anche in questo settore: la concorrenza dei prodotti di importazione è fortissima e non ci aiutano nemmeno le politiche di licenza dei grandi team. Le royalties legate all’utilizzo dei marchi sono investimenti per noi insostenibili e finiscono per favorire i prodotti d’importazione che consentono di sopportare i necessari ricarichi. Anche in questo caso si dovrebbe fare qualcosa per tifare davvero per il made in Italy».
Nelle parole di Bosio c’è la consapevolezza di un mondo che cambia, ma anche la serenità di chi è consapevole
delle proprie abilità artigianali e dell’onesta quotidianità del proprio lavoro. Non è un caso che la visita si concluda
con un fuori programma nei boschi vicini: qui Giovanni Bosio ha costruito una cappella votiva, aiutato inizialmente
dal figlio Mariano, poi morto a 25 anni in un tragico incidente. «Il lavoro, le sciarpe e il tifo sono importanti
- conclude -. Ma prima di tutto viene il cuore».

Giambattista Gherardi

L’Eco di Bergamo

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