LE MEDIE IMPRESE RESISTONO

Risultati migliori delle multinazionali ma il fisco penalizza la redditività

- VERSO IL RILANCIO – La crisi non scalfisce la solidità patrimoniale di gran parte delle aziende, che sono pronte a ripartire con nuovi investimenti

La crisi picchia anche sul Quarto capitalismo ma le 4.500 medie imprese manifatturiere italiane reggono meglio delle altre e si preparano alla ripresa. Bilanci alla mano, la nona edizione dell’indagine di Mediobanca e Unioncamere dimostra che nel 2008-2009 le medie imprese industriali – quelle cioè che hanno tra i 50 e i 499 dipendenti e un fatturato tra i 13 e i 290 milioni di euro – hanno perso in termini di ricavi (-10/12%) e di margini (-1/3) ma meno del previsto. Se poi si considera l’intero decennio 1998-2007 le medie imprese vincono il confronto con le grandi sia in termini di crescita del fatturato, del valore aggiunto, dei margini, degli investimenti, dell’export e dell’occupazione sia in termini di solidità patrimoniale. Più controverso è il confronto sulla redditività che le medie imprese si aggiudicano in termini di Roi ma non sul Roe, perché nella crisi hanno sacrificato i margini per difendere le quote di mercato ma soprattutto perché il fisco le penalizza più duramente (22,6 punti percentuali di pressione fiscale in più rispetto ai maggiori gruppi) e di solito non si avvalgono dei proventi della finanza.
Ma quel che più conta è che – sulla base di un’indagine condotta il mese scorso da Mediobanca-Unioncamere e che integra l’analisi dei bilanci – la maggior parte delle medie imprese manifatturiere è patrimonialmente solida ed è pronta a ripartire con nuovi programmi di investimenti. E c’è da sperare che il dinamismo che contraddistingue le medie imprese – il cui fatturato proviene per il 61% dal Made in Italy e per il 67,1% dall’export – valga a correggerne i limiti. Questi, a giudizio di molti, restano costituiti da una governance non sempre adatta a sostenerne la crescita e dalla scarsa propensione alla Borsa (solo 19 quelle presenti a Piazza Affari) e alle aggregazioni, ma soprattutto dal fatto che il loro numero è ancora basso rispetto al totale delle imprese, che al Sud e in parte del Centro sono ancora molto poche e che la loro presenza nei settori dell’hi-tech (solo il 3,9% del fatturato) è decisamente modesta.
Anche per le medie imprese il 2009 si è chiuso in negativo, ma più della metà ha una situazione patrimoniale decisamente solida, una su tre è convinta che già nel 2010 fatturato, produzione ed export torneranno in positivo, l’80% è di nuova pronta ad investire, specie in macchinari, facendo ricorso nella maggior parte dei casi (53,5%) all’autofinanziamento. Infine, una su sette continua a creare occupazione. Essendo fortemente orientate al l’export, anche queste imprese hanno pagato il crollo della domanda dei mercati di sbocco ma proprio l’esportazione promette di essere ancora una volta il volano della loro ripresa. Per quest’anno solo il 16,3% delle medie imprese prevede ordini dall’estero in diminuzione mentre il 30,9% li vede in aumento, a cui si aggiunge una previsione di crescita anche degli ordini interni per il 24,3% delle aziende. Il 40% delle medie imprese esportatrici si attende una diminuzione delle vendite ma un altro 40% mantiene o punta ad espandere le proprie quote di export facendo leva sulla qualità e sull’innovazione.
Non siamo più all’età dell’oro e ci vorrà tempo per recuperare i livelli pre-crisi ma la frontiera della competizione non viene abbandonata e il fatto che la maggior parte degli investimenti sia destinato a macchinari e apparecchiature elettroniche è altamente significativo. Ed è il segno che il pianeta delle medie imprese industriali sta cambiando pelle rispetto a 10 anni fa: è sempre il cuore del made in Italy ed è sempre fortemente insediato nei distretti e nei loro settori tradizionali, ma cresce la sua presenza nella meccanica-elettronica e anche nella chimica. Siamo davanti a un’ampia riorganizzazione basata sul l’efficienza interna e su quella della filiera, su un più stretto rapporto con il territorio (maggior ricorso a subfornitori di prossimità piuttosto che a quelli esteri), sulla ricerca di nuovi mercati di sbocco e su una forte scommessa sulla qualità e sull’innovazione.
Al di là della situazione congiunturale e delle prospettive reddituali – che paradossalmente scendono al crescere delle dimensioni della media impresa perché si tratta di aziende di nicchia che puntano sulla qualità piuttosto che sulle economie di scala – conforta soprattutto la solidità patrimoniale di questo segmento del sistema imprenditoriale, superiore a quella della multinazionali manifatturiere europee. Tre indici per tutti: il rapporto tra il capitale netto tangibile e il capitale investito è del 42%, quello tra capitale netto tangibile e attivo immobilizzato netto tangibile è del 115,6% e il rapporto tra debiti finanziari a breve e circolante netto è del 55,4%. In sostanza, i debiti servono principalmente a finanziare il circolante, mentre gli investimenti sono in buona parte coperti dal patrimonio. Il cash flow è la risorsa principale e la finanza ha bassa rilevanza anche se cresce il prelievo di risorse aziendali da parte degli azionisti attraverso i dividendi. Alla vigilia della crisi oltre il 50% delle medie imprese manifatturiere italiane presenta una situazione finanziaria solida, il 44% è in una posizione intermedia e solo il 6% si trova in condizioni problematiche.
In 10 anni il numero delle medie imprese è aumentato di 1.100 unità (specie nel Centro-Sud) e oggi questo segmento rappresenta il 18,3% del valore aggiunto del totale delle società di capitale italiane e arriva con l’indotto al 25-30%. Per raddoppiare il numero delle medie imprese manifatturiere ci vorrebbe però una generazione: 28 anni al tasso di crescita attuale. Il punto dolente è che solo il 10% delle medie imprese è localizzato nel Lazio e nel Sud mentre il resto è tutto concentrato tra Nord-Est-Centro e Nord Ovest, con la Lombardia leader assoluta con oltre il 30% del totale delle medie imprese italiane. In recupero risultano Napoli e Salerno, soprattutto con le imprese alimentari, Bari e Teramo.
Tra le 4.500 medie imprese prevalgono quelle a minori dimensioni e forte è il flusso di entrata e uscita verso le piccole imprese e, in minor misura, verso le medio-grandi. Naturalmente le medie imprese non vanno tutte alla stessa velocità (in termini di valore aggiunto il settore metallurgico e il Nord Est battono tutti) ma quel che più interessa è il confronto con gli altri Paesi. Secondo le prime rilevazioni di un’indagine Mediobanca-Unioncamere-Confindustria le nostre medie aziende hanno una presenza tecnologica nettamente più bassa di quelle tedesche e spagnole e un livello di produttività intermedio ma sono tartassate da una pressione fiscale che è quasi doppia di quella che pesa sulle medie imprese di Germania e Spagna.
 
di Franco Locatelli
Il Sole 24 Ore

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