NEI PAESI BALTICI IL LAVORO NON C’E’ PIU’

I MALATI D’EUROPA Emergenza disoccupazione, in Lituania un giovane su tre è senza impiego
TORNA L’EMIGRAZIONE Dopo anni di crescita economica drogata molti ragazzi sono di nuovo costretti ad andarsene, verso ovest e negli Stati Uniti

L’aria gelida del crepuscolo inchioda il termometro a sedici gradi sotto zero. Il gelo entra nelle ossa, il vento è uno schiaffo sulla pelle ma quell’uomo se ne sta lì, davanti al palazzo di pietra del municipio, intabarrato sotto un lungo pilastro con uno schermo luminoso che sovrasta la piazza. Le rughe gli scavano il volto mentre batte i piedi sulla neve ghiacciata. Alikas ha scelto un luogo simbolico per riempire le sue giornate ormai vuote: la colonna che respira. A una decina di metri d’altezza sulla sua testa, i polmoni del contatore geiger collocato a metà del pilastro catturano l’aria sospinta dal vento cercando i segnali della radioattività. Poi li trasmettono sullo schermo per rassicurare gli abitanti che il pericolo non esiste. Non c’è mai stato. Anche Alikas respira, ma il fiato che gli esce dal corpo e che ricopre i baffi di un velo di ghiaccio, misura soltanto il livello della sua rassegnazione: «Ho passato trent’anni nella centrale nucleare, tutta la mia vita. E ora che sono stato licenziato, a 56 anni il mio futuro è svanito. La verità è che qui a Visaginas nessuno ha più un futuro».
Alikas ha ragione. Ai confini orientali della Lituania, in una landa innevata sperduta nelle foreste di pini sulle rive di un lago ghiacciato, Visaginas è la città che muore due volte. Per la crisi economica che ha ferito le repubbliche baltiche più di ogni altro luogo in Europa. E perché ha perso la ragione stessa della sua esistenza. Il 31 dicembre, un’ora prima che il vecchio anno terminasse, il secondo reattore della centrale nucleare di Ignalina, a un quarto d’ora di auto da qui, è stato spento per sempre. Con i suoi 1.500 megawatt, l’impianto produceva l’80% dell’energia elettrica della Lituania e dava lavoro a oltre cinquemila persone. Era la più grande centrale nucleare europea ma aveva un peccato originale: tecnologia sovietica, antiquata e pericolosa. Ignalina andava cancellata dalla faccia della terra e l’Unione europea ne ha imposto la chiusura. I russi la costruirono alla fine degli anni 70, nel periodo della stagnazione brezneviana, e contemporaneamente posero la prima pietra di Visaginas, il villaggio dei lavoratori della centrale. La cittadina, arrivata a 33mila abitanti, oggi ne ha 28mila.
Visaginas è l’ultimo residuo di Unione Sovietica dentro i confini dell’Europa. Doveva essere una città modello, il simbolo del socialismo realizzato. Quel che resta sono blocchi di edifici tutti uguali, squallidi e sbrecciati, in mattoni rossi o in un intonaco grigio che cade a pezzi. Costruzioni a cinque oppure a nove piani. Cinque o nove, senza alcuna possibilità di variazione: la monotonia, qui, è anche nei numeri. Pochi, desolati negozi, a eccezione di un centro commerciale costruito pochi anni fa. Strade deserte, praticamente senza illuminazione. E un unico, enorme silenzio.
Vista da qui, a 170 chilometri da Vilnius, la crisi dei paesi baltici assomiglia a una tragedia sheakespeariana. «Il prezzo dell’energia in Lituania è salito del 28% dopo la chiusura di Ignalina», racconta Viktor Shevaldin, il direttore generale della centrale, che a malincuore ha dato l’ordine di spegnerla. Gli effetti sui conti delle imprese non tarderanno ad arrivare e alcune di loro chiuderanno. Per la Banca centrale lituana tutto ciò significherà un’ulteriore contrazione dell’1% del Pil. Non è poco per un paese che assieme alla Lettonia e all’Estonia è uscito frastornato da un 2009 terribile, con l’economia in caduta libera. Gli analisti della Swedbank mettono insieme le cifre del disastro: il Pil lituano è crollato del 16% lo scorso anno. Alla Lettonia è andata ancora peggio: ha bruciato il 18% della ricchezza. Mentre l’Estonia si è fermata a un -14. Economie che tenteranno una lenta risalita quest’anno: Lituania -2%, Lettonia -3% mentre solo l’Estonia tornerà a crescere anche se di un magro 1,5 per cento. «Ma ovunque – sottolinea Jorgen Kennemar, senior economist della Swedbank – il vero problema sarà la disoccupazione».
Certo, i senza lavoro. A metà 2010 la disastrata Lettonia toccherà il picco del 23% di disoccupazione per chiudere l’anno al 21,5. L’Estonia si limiterà al 14%, la Lituania al 16. Ma proprio in Lituania, tra i giovani, il tasso dei senza lavoro ha raggiunto il livello allarmante del 33% nel terzo trimestre del 2009: un ragazzo su tre non sa come guadagnarsi la vita.
Vicino alla fontana a forma di fiore poco distante dal palazzo del municipio Vitalij e Natalija, 17 anni, si tengono per mano. Frequentano la scuola secondaria e non nascondono a se stessi la durezza della realtà. «Qui non c’è più lavoro. Noi giovani sappiamo che per vivere saremo costretti a trasferirci, probabilmente in un altro paese». Vicino a un edificio abbandonato nel centro Ludmila, 21 anni, trasporta un sacchetto della spesa. Fa la cameriera in un ristorante ed è una delle fortunate ad avere un lavoro. Ma nelle sue parole la musica non cambia: «È un disastro. La gente ha ripreso a emigrare in America e negli altri paesi europei».
L’ondata migratoria che è ricominciata in tutte le tre repubbliche baltiche avrà l’effetto di mitigare il tasso di disoccupazione, ma non riuscirà ad annullarne gli effetti, acuiti dal calo degli stipendi, soprattutto di quelli pubblici, a causa delle politiche dei tagli ai bilanci statali. In Lituania nel 2009 i salari reali sono scesi del 10%, in Lettonia del 18% nel settore pubblico e del 3,6% in quello privato, in Estonia del 5 per cento. Il trend rallenterà nel 2010 ma intanto il potere d’acquisto, sminuito dai tagli, provoca la caduta dei consumi e dei prezzi. La Lettonia è in deflazione: i prezzi caleranno del 3,5% quest’anno. In Lituania cresceranno dell’1%, in Estonia dello 0,5. Bisognerà aspettare il 2011 per registrare numeri migliori.
 
di Angelo Mincuzzi
Il Sole 24 Ore

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