TERRITORI SOTTO PRESSIONE PER LA GLOBALIZZAZIONE

CONTRAPPOSIZIONI – Il rischio è quello del fondamentalismo: voglia di protezione che si traduce in rifiuto della modernità
 
Abbiamo la concezione dell’economia come fredda e triste scienza dei numeri. Come se le piccole e fredde passioni economiche nulla fossero in confronto a quelle che evochiamo per la politica o per le forme di convivenza. Ci siamo dimenticati dell’antica formula struttura-sovrastruttura e di quanto la civiltà materiale determini la nostra “weltanshaung”, la nostra concezione del mondo.
Prendiamo la parola chiave ipermoderna che evochiamo per gli incontri tra culture popoli e religioni: il fondamentalismo. Se lo applichiamo alle passioni economiche di fronte alla globalizzazione o ne ricerchiamo tracce nei comportamenti degli attori che fanno impresa nel locale, vedremo che i microcosmi ne sono profondamente attraversati.
Ho già sostenuto che, osservando le reazioni delle economie locali di fronte ai flussi della crisi finanziaria che veniva da fuori, la prima reazione nei comportamenti collettivi dell’animale imprenditore è stata quella di tornare ai fondamentali delle tre C: Comunità, Campanile, Capannone.
Per poi accorgersi alcuni, quella che definisco una minoranza agente, che la famiglia e i suoi risparmi e investimenti da soli non bastano, che l’economia di prossimità del campanile ha bisogno di reti più lunghe (e di mercato) e che le merci prodotte nelle filiere e nei capannoni hanno bisogno di innovazione continuata per competere nel mondo.
La minoranza agente delle imprese ha capito che la globalizzazione è un destino, direbbero i filosofi. A fronte di questo destino, una minoranza impaurita è regredita non nei fondamentali ma nel fondamentalismo dell’economia locale e del territorio. Come se fosse sufficiente la nostalgia dei bei tempi andati.
Quando bastava la famiglia messa tutta operosamente al lavoro, l’incontro alla sera al bar del paese con l’amico-concorrente per capire come andava il mercato, e pensare che fosse possibile produrre pezzi di un sottosistema manifatturiero o merci di nicchia che prima o poi qualcuno avrebbe comprato.
Più che agire per attraversare la crisi e il destino, ecco sorgere dal territorio un sordo lamento, un rancore verso la globalizzazione e un chiedere di essere protetti in questa selezione darwiniana del mercato che fa male. E come se fa male!
Ritorno ai fondamenti a rischio di fondamentalismo, che ha preso non solo i soggetti territorializzati ma anche la parte alta della piramide, quella che mobilita le idee della politica. Torna alla ribalta, da una parte, la categoria della classe. E, giustamente, l’attenzione al destino della classe operaia nella crisi e agli strumenti come la cassa integrazione ordinaria e straordinaria. Dall’altra torna prepotentemente il concetto di stato-nazione come regolatore e soggetto di intervento nell’economia rispetto ai padroni dei flussi della globalizzazione economica e finanziaria. Concetti nobili e forti del 900 da usare come attrezzi per attraversare la crisi e ragionare sul nostro destino globale. Ma anche qui a rischio di fondamentalismo. Nel mettere assieme l’attenzione per la classe, per la nazione, e il ruolo dello stato all’antico motto “Dio, patria e famiglia” con l’alza bandiera nelle scuole locali a fronte dell’invasione multiculturale di persone e di merci che la globalizzazione ci ha regalato. Con tanto di dichiarazione in difesa del posto fisso. Che condivido. Essendo da tempo tra coloro che raccontando il dramma delle partite Iva e dei lavoratori in affitto che non riescono a raccontare il loro percorso di vita, so bene cosa significa non tenere assieme il reddito con il senso di sè che poi diventa dramma se non si riesce a tenere assieme il pranzo con la cena. Ma anche qui mi sorge un dubbio. Non è che in quella nostalgia del posto fisso, che permetteva nella fabbrica fordista il racconto e l’identità di classe, non ci sia anche un andare oltre, evocando un’idea di comunità rinserrata in cui, anche lì, si sapeva come e da chi si nasceva, il lavoro era spesso tramandato con ordine da padre in figlio, ed erano certi il vicinato e la prossimità, non turbate dalla moltitudine del moderno. Dibattito alto che ha conquistato le prime pagine, di cui si trova traccia nei microcosmi, in ciò che è avvenuto a Vergiate (Varese) e a Sarmeola di Rubano (Padova). Nel piccolo centro della pedemontana lombarda, chiamati a raccolta dalla Confartigianato e dalla Cna, si sono dati appuntamento più di 400 artigiani che, con Bossi, Tremonti e il Presidente della Banca Popolare di Milano, hanno ragionato su come lo Stato, gli enti locali e le banche possono accompagnare i tanti del capitalismo molecolare in difficoltà. Per la crisi, per la tassazione, per le normative europee spesso sciocche e inattuali, per l’inefficienza della pubblica amministrazione e per la globalizzazione che avanza e fa male. Nella pedemontana veneta, nel salone della Cassa di Risparmio del Veneto, anche qui convocati dalla locale Confartigianato si sono riuniti 450 fornitori di servizi alle imprese per delineare le nuove strategie nella crisi e sul territorio necessarie per accompagnare le imprese. La banca è entrata nella società dei servizi dell’Unione Provinciale Artigiani e assieme, oltre alle tradizionali paghe e contributi e servizi fiscali, si cerca di supportare le imprese con il credito e l’innovazione. Tant’è che si erano riuniti 250 giovani che lavorano per la Confartigianato sul territorio, i 150 direttori degli sportelli territoriali della banca e una cinquantina di esperti in informatica e servizi informativi. Un altro modo per attraversare la crisi. Non vorrei scegliere tra i due. Me la cavo dicendo ad entrambi i microcosmi che se dal locale si guarda per una volta in alto nei segnali dati da grandi eventi, come l’assegnazione del Nobel per l’economia, ci sono segnali di speranza. Elinor Ostrom è stata premiata per i suoi studi sui beni comuni, territorio, ambiente, conoscenza condivisa di una società, e Oliver E. Williamson per i suoi lavori sui “confini dell’impresa” ossia delle reti che estendono o restringono lo spazio d’azione dell’impresa. A Vergiate e a Sarmeola di Rubano di questo si è discusso: di ciò che resta della comunità e di come fare reti d’impresa.

di Aldo Bonomi
Il Sole 24 Ore

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