IL CONCORDATO AGGIRA LA CRISI
Da utile soluzione per sostenere le difficoltà di aziende, fornitori e occupazione a strumento con finalità esattamente opposte. È quanto sta accadendo – in una certa misura – ai concordati preventivi: sono ormai un fatto tangibile le società che, strette tra l’incudine dei debiti e il martello del credito difficile, scelgono la via del concordato preventivo per cessare la produzione, abbattere l’indebitamento e poi riaprire l’attività attraverso una newco. Con una pericolosa tendenza. Liquidare a quote non congrue se non irrisorie i debiti verso i fornitori: non mancano gli esempi di concordati al 10-15% del monte debiti e punte scese anche al 7 per cento. Condizioni che molti fornitori – da mesi in attesa di un acconto o di un saldo – sono costretti ad accettare pur di raccogliere liquidità.
«Stiamo assistendo con preoccupazione a questo nuovo fenomeno, figlio della crisi e della recessione», spiega Enrico Frigerio, presidente di Assofond, la federazione di Confindustria che rappresenta le fonderie italiane. «Nel nostro settore ma non solo – aggiunge – imprese in difficoltà scelgono la strada del concordato preventivo, scaricano l’indebitamento e nel contempo avviano una newco per riprendere l’attività. In sostanza il concordato preventivo sta diventando uno strumento che mette in serie difficoltà la concorrenza. Cioè tutte quelle aziende sane che ogni giorno si battono per cercare nuovi mercati, per ottenere credito e creare liquidità per proseguire con spirito d’impresa».
Dal punto di vista geografico il fenomeno “concordati” è concentrato tra le province di Bergamo, Brescia e Milano, ma anche nel Nordest, in particolare tra Padova, Vicenza e Treviso, non pochi imprenditori parlano di casi in aumento.
Nei giorni scorsi il presidente di Assofond ha inviato una lettera al presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, per segnalare quanto sta accadendo. «La presenza sul mercato di newco – scrive Frigerio – che partono senza aver pagato, oppure pagato in misura non congrua, il valore delle attività di cui dispongono, crea gravissimi effetti distorsivi sulla concorrenza, consentendo di praticare prezzi più bassi, non per superiori capacità imprenditoriali, bensì per aver goduto di vantaggi impropri».
D’accordo con l’allarme di Frigerio il presidente di Amafond (macchinari per le fonderie) Piero Starita, quello di Anima (meccanica varia) Sandro Bonomi e quello di Ucimu (automazione industriale) Giancarlo Losma. Una decina di giorni fa, a margine della Emo di Milano, la mostra internazionale dell’automazione meccanica, si sono trovati per fare il punto sulla meccanica alle prese con un anno di grande affanno. «La tendenza dei concordati preventivi – sottolinea Bonomi – rischia di non restare isolata o circoscritta. Gli imprenditori accusano ancora difficoltà sul fronte del credito, i tempi di pagamento della filiera committenti-fornitori sono paurosamente allungati e il circolante in azienda è ancora un problema. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti di una miscela esplosiva da inescare con l’emulazione dei comportamenti».
Come uscirne? «Dando corso – aggiunge Bonomi – alla moratoria dei regolamenti di Basilea 2 per almeno due anni». Ma non solo. «Oggi – spiega il presidente di Amafond, Starita – con questa incertezza è sempre più difficile dialogare con i fornitori. E il fenomeno dei concordati preventivi non fa che peggiorare i rapporti. Bisogna affrontare il problema alla fonte, cioè nel rapporto banca-impresa. Il sistema del credito ha fatto molto in questi mesi difficili. Le imprese tuttavia sono ben lontane dall’uscita del tunnel. Anzi, per molti il peggio deve ancora arrivare. Ecco perchè non possiamo rimanere a metà del guado».
Un’altra strada individiata dai presidenti delle associazioni della meccanica è quella degli incentivi. Giancarlo Losma (Ucimu) e il direttore dell’associazione Alfredo Mariotti, hanno valutato che attualmente, solo nelle macchine utensili, c’è un potenziale enorme per il rinnovo. «Chiediamo di essere messi nelle condizioni di avviare un volàno di investimenti – dicono in coro i presidenti – con quattro finalità: migliorare la produttività degli utilizzatori, migliorare la sicurezza con macchine più moderne, migliorare l’impatto ambientale, migliorare il portafoglio ordini delle nostre aziende. Il ritorno degli investimenti, sostenuto da un programma di rottamazione e da una estensione della Tremonti Ter, sono la chiave per bloccare fenomeni distorsivi come quello dei concordati al 10%».
LA LETTERA
La lettera scritta dal presidente di Assofond, Enrico Frigerio, al presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, sul tema dei concordati preventivi e del loro uso anticoncorrenziale. «Noi crediamo – scrive Frigerio – che le regole del mercato debbano essere applicate e che non debba essere consentito di esercitare attività d’impresa a chi non fornisce una provvista adeguata di virtuosi mezzi propri».
Soluzioni alternative
Il concordato preventivo
Il nuovo concordato, in vigore dal marzo 2005, può essere richiesto da chi si trova «in stato di crisi». La nuova normativa ha eliminato ogni riferimento alla “affidabilità” dell’imprenditore (dalla fedina penale alle garanzie personali per almeno il 40% dei crediti chirografari, fino alla messa a disposizione di tutti i suoi beni) ed ha quasi del tutto annullato i poteri di controllo del giudice e del pubblico ministero. Il piano viene presentato in tribunale accompagnato dalla relazione di un professionista che ne attesta la «veridicità». Il concordato è approvato dai creditori (anche uno solo) che rappresentano la maggioranza dei crediti ammessi. Non ci sono limiti alla copertura minima del credito vantato
La ristrutturazione del debito
L’imprenditore «in stato di crisi» può in alternativa depositare in tribunale un «accordo di ristrutturazione del debito», stipulato con creditori che rappresentano almeno il 60% dell’ammontare debitorio. Anche in questo caso è necessaria la relazione di un professionista sulla «attuabilità dell’accordo», che deve essere poi pubblicato nel registro delle imprese. Entro 30 giorni «i creditori e ogni altro interessato» possono opporsi al piano, su cui decide il tribunale, che al termine omologa l’accordo.
Sia l’opposizione sia l’eventuale reclamo in corte d’appello devono essere motivati. La regola di fondo è comunque privilegiare gli accordi tra privati che non violino formalmente alcuna legge
I piani attestati
La riforma del diritto fallimentare ha introdotto l’esenzione da revocatoria anche per gli atti, i pagamenti e le garanzie concesse su beni del debitore a patto che siano stati posti in essere in esecuzione di un piano che sia destinato al risanamento dell’impresa e ad assicurare il riequilibrio della sua posizione debitoria.
È però necessario che la ragionevolezza del piano sia attestata sulla base di una relazione che andrà stesa con le modalità e le professionalità richieste dal Codice civile. Non è previsto l’intervento dell’autorità giudiziaria con una valutazione neppure di fattibilità. Si tratta di una soluzione quindi del tutto privatistica.
di Roberto Iotti
Il Sole 24 Ore