10/06/2009

EUROPA E CANADA MOTORI DELLA RIPRESA

NEGOZIATI AL VIA – Un’intesa sul free trade vale più di 20 milioni di euro all’anno e apre la strada a nuove trattative multilaterali

In un momento in cui preoccupazioni protezionistiche dominano l’agenda commerciale è essenziale che le maggiori economie mondiali colpite dalla crisi economica discutano di un’apertura dei loro mercati. Questa settimana a Montreal la Ue e il Canada avviano i negoziati per un ampio accordo economico e commerciale. Tale accordo rafforzerà una relazione economica che vale già, se si considerano soltanto gli scambi di beni e servizi, circa 70 miliardi di euro all’anno. La decisione di avviare ora i negoziati lancia un vigoroso messaggio quanto al fatto che l’apertura degli scambi e degli investimenti è un motore della ripresa economica.
La nostra ambizione dovrebbe essere di realizzare ben più di un semplice accordo di libero scambio. L’Unione europea è il secondo partner commerciale del Canada e, in termini di volume, la sua seconda fonte di investimenti esteri. Nella Ue il Canada è al quarto posto in termini di investimenti esteri. Nel caso di queste due grandi economie che stanno già creando crescita e occupazione nei mercati del partner vale la pena porsi obiettivi ambiziosi, in modo da rendere giustizia a questa relazione economica.
Ovviamente qualsiasi accordo persegue un livello massimo di liberalizzazione degli scambi di beni e servizi, ma dovremmo anche accordarci sull’apertura e la cooperazione nel campo degli investimenti, degli appalti pubblici, della protezione e dell’attuazione dei diritti di proprietà intellettuale, nonché formulare impegni in relazione agli aspetti sociali e ambientali degli scambi e allo sviluppo sostenibile. Per quel che concerne la Ue siamo pronti anche a discutere su una maggiore cooperazione in altri ambiti correlati al partenariato economico quali la scienza, la tecnologia e l’innovazione o l’energia.
I negoziati non saranno facili – gli ostacoli agli scambi e agli investimenti che restano da superare sono ovviamente quelli più profondamente radicati e politicamente sensibili per entrambi i partner. Questioni come le quote sui gamberi e il formaggio, la liberalizzazione del settore automobilistico o il riconoscimento delle qualifiche. Questioni come l’accesso ai mercati degli appalti pubblici, gli ostacoli agli investimenti nei settori delle telecomunicazioni e dei servizi finanziari come anche gli aspetti della protezione dell’ambiente non saranno questioni facili da risolvere.
Si deve però considerare quanto segue: storicamente il Canada e la Ue sono entrambi attivi negli scambi, i nostri livelli di sviluppo economico sono analoghi e disponiamo entrambi di popolazioni con livelli elevati di istruzione e di qualifiche. Condividiamo gli stessi valori ambientali, sociali e culturali. Dovremmo perciò essere in grado di trovare il modo per abbattere i rimanenti ostacoli a tutto vantaggio di entrambe le parti.
Dovremmo inoltre far sì che i nostri accordi bilaterali non indeboliscano l’impegno a concludere i negoziati sul commercio mondiale in seno al Doha Round. Se ben concepiti, ambiziosi accordi bilaterali sono le fondamenta di una regolamentazione multilaterale poiché essi sono più ambiziosi e più rapidi nel promuovere l’apertura e l’integrazione tra coloro che vi sono disposti. Creando nuove aperture in mercati chiave e affrontando questioni quali gli investimenti, gli appalti pubblici e la concorrenza questi accordi hanno la potenzialità di aprire la via alla prossima generazione di discussioni multilaterali.
L’apertura di questa nuova linea di negoziati non significa che l’Unione europea non continuerà a perseguire ambiziosi accordi di libero scambio con i partner asiatici e sudamericani. Ma i vantaggi che si possono trarre da un ampio accordo economico sono tangibili e vale la pena impegnarvisi. Da uno studio congiunto emerge che un accordo di questo tipo avrebbe un valore di più di 20 miliardi di euro all’anno per le nostre due economie grazie alle opportunità di scambi, alla disponibilità di beni e servizi più economici e a una regolamentazione più efficiente.
Nel momento in cui concluderemo questo accordo le nostre economie saranno già a un buon punto sulla via della ripresa economica, ma i vantaggi per le imprese e i consumatori non saranno meno apprezzabili. Un accordo economico e commerciale ambizioso e di ampia portata è l’equivalente di un pacchetto di incentivi che continua a stimolare gli investimenti, la crescita e l’occupazione – anno dopo anno. Dovremmo cogliere avidamente questa opportunità.
Commissario Ue
responsabile per il Commercio

di Catherine Ashton
Il Sole 24 Ore

IL RITORNO DEGLI EMERGENTI

Focus. Riviste al rialzo le stime per molti mercati – La crescente importanza della domanda interna
Dai Bric segnali di recupero e si riparla di «decoupling» dagli avanzati – SVOLTA EPOCALE – Nel 2009 per la prima volta nella storia economica contemporanea a sostenere la crescita globale saranno solo i paesi in via di sviluppo

Con gli Stati Uniti e l’Europa che a stento rallentano la caduta dei mesi scorsi, la ricerca della locomotiva che possa trainare faticosamente l’economia mondiale fuori dalla prima recessione da decenni ha dovuto rivolgersi altrove. Così, per la prima volta nella storia economica contemporanea, nel 2009 a fornire un contributo positivo alla crescita globale saranno solo i paesi emergenti e in via di sviluppo. E, fra di loro, alcune delle più grandi economie emergenti dei cosiddetti Bric (Brasile, Russia, India e Cina), la sigla inventata negli anni scorsi dall’economista di Goldman Sachs, Jim O’Neil, per raggruppare le nuove potenze.
Volendo credere ai mercati finanziari come anticipatori delle tendenze dell’economia, qui la ripresa è qualcosa di più di un’aspettativa, o di un “germoglio verde”, per usare le parole del presidente Usa, Barack Obama. Le Borse emergenti hanno realizzato negli ultimi tre mesi un rialzo record (oltre il 60% dall’inizio di marzo), anche se la flessione degli ultimi cinque giorni ha instillato almeno qualche dubbio sulla fragilità di questa percezione. E anche gli spread sulle obbligazioni, indicativi del rischio-paese, si sono nettamente ridimensionati rispetto al culmine della crisi finanziaria nell’autunno scorso e, nel caso degli stati ritenuti più solidi, sono rientrati su livelli pre-crisi.
È tornata di moda la teoria del decoupling, del possibile sganciamento delle economie emergenti da quelle avanzate, teoria avanzata dallo stesso O’Neill e che era rapidamente tramontata quando la crisi degli Usa prima e dell’Europa poi aveva travolto il resto del mondo, trasmettendosi soprattutto – secondo uno studio del Fondo monetario – attraverso il canale finanziario. Le previsioni per quest’anno e il prossimo sembrerebbero confermare che lo sganciamento è possibile: per Barclays Capital, i Bric cresceranno nel trimestre in corso del 5,1% per poi riacquistare un ritmo esplosivo del 7,3 e del 9,6% negli ultimi due trimestri 2009, a fronte di economie avanzate in contrazione dell’1% nel secondo trimestre e in crescita solo dell’1,5 e dell’1,8% nel terzo e nel quarto. Nel 2010 i Bric cresceranno del 6,7%, i paesi sviluppati dell’1,9.
La realtà è assai più complessa dei dati aggregati. Se c’è un decoupling, questo si applica non solo al confronto con i grandi paesi industriali, ma anche agli emergenti fra di loro. All’interno dei Bric, il vero catalizzatore della crescita è la Cina, per la quale tutti gli economisti, del settore pubblico e privato, stanno rivedendo al rialzo le stime, sull’onda dell’impatto dei piani di stimolo varati dal Governo, che per la prima volta sembrano aver spostato l’enfasi della crescita anche sulla domanda interna e non solo sulle esportazioni. Anche con l’inedita predisposizione alla frugalità dei consumatori americani, fino all’anno scorso ritenuti “l’acquirente di ultima istanza” per i produttori di tutto il mondo, ma soprattutto per quelli asiatici, l’economia cinese dovrebbe poter crescere quest’anno attorno all’8%. Per Michael Pettis, dell’Università di Pechino, la crisi è la prova che la Cina e l’Asia devono cambiare modello di sviluppo.
Il traino cinese dovrebbe esercitare qualche effetto positivo sul resto dell’Asia emergente (e persino sul Giappone). Dove le economie a più alto tasso di manifattura e di propensione all’export, come Corea, Taiwan e Singapore, hanno subito i contraccolpi più gravi della crisi globale, ma sembrano ora mostrare qualche segno di recupero anche sul terreno più difficile, l’export.
Da notare fra l’altro che, mentre i loro governanti discettano pubblicamente di creare una valuta di riserva alternativa al dollaro, le banche centrali dei Bric non abbandonano la vecchia strada dell’acquisto di dollari e quindi del mantenimento del cambio a livelli competitivi per favorire l’export: nel mese di maggio hanno comprato oltre 60 miliardi di dollari, gli acquisti più massicci dalla fase più acuta della crisi, nel settembre scorso.
All’estremo opposto del caso cinese, quello dei Bric che non sembra affatto in grado di contribuire alla crescita mondiale, e anzi è alle prese con enormi difficoltà di suo, è la Russia: tanto che sui mercati circola la battuta che ormai i Bric sono diventati Bic. Fortemente condizionata dal livello del prezzo del petrolio e del gas, Mosca ha accusato una caduta del Pil addirittura superiore ai paesi industriali e soprattutto ha alimentato molti dubbi sulla reale volontà di completare la trasformazione in economia basata sulla certezza del diritto. Solo l’enorme accumulazione di riserve durante il boom petrolifero (380 miliardi di dollari) rappresenta una rete di sicurezza contro la ripetizione dei disastri finanziari del passato.
India e Brasile si collocano a metà strada fra gli altri due grandi emergenti. Nessuno dei due immune dalla crisi, ma entrambi favoriti da un importante mercato interno. La potenza asiatica ha visto una flessione, ma non un crollo della crescita, e le aspettative sono rasserenate dalla conferma elettorale del Congresso e delle sue politiche pro-mercato. Il colosso sudamericano ha risentito di più della flessione delle materie prime fino a entrare in territorio negativo nel primo trimestre di quest’anno. Ma – sostiene Octavio de Barros, capo economista della banca Bradesco – la ripresa comincerà già nel secondo trimestre per le politiche economiche espansive, il mantenimento dei salari reali ad alti livelli, il ritorno della fiducia degli operatori economici.
E con lo spostamento della crescita verso l’asse dei Bric, o Bic, si sposta anche il peso della governance globale.

di Alessandro Merli
Il Sole 24 Ore

NUOVI BUSINESS SERVITI A TAVOLA

Cibo & innovazione. Il fenomeno degli alimenti funzionali trova sempre più spazio tra i consumatori italiani.
Dal maquillage di prodotti tipici a proposte che fanno ampio uso di tecnologie – SINERGIE Perché un’azienda vitivinicola del Mezzogiorno decide di allargare la propria attività alla produzione di pasta di qualità

Incuriosisce. Ma è un fatto che anche in momenti di consumi in frenata, le imprese alimentari non cessano di guardare avanti. E se da un lato le aziende manifestano la volontà a diversificare la propria offerta, dall’altro lato si assiste a una crescente apertura del consumatore a inserire nella spesa quotidiana nuovi prodotti. Magari nuovi solo nel processo produttivo, come insegna il fenomeno e il successo delle colture biologiche.
Le novità comunque sono tante. Si prenda il caso dei “cibi funzionali”, ovvero alimenti che contengono principi attivi funzionali alla salute. Il cui business, secondo una ricerca di Bain&Company, viene stimato sui 6 miliardi di euro l’anno. Sugli scaffali dei negozi c’è solo l’imbarazzo della scelta, come insegnano le famiglie degli yogurt di un po’ tutte le case, da Nestlé a Granarolo, passando per Danone. Il campo si può allargare a molti altri prodotti. Per esempio all’offerta a firma Alixir del gruppo Barilla, che, accanto alla tradizionale pasta o ai biscotti frollini, presenta tutta una gamma di nuovi prodotti. Appunto funzionali.
Le novità spaziano da un campo all’altro e investono tanto la pasta, quanto i formaggi, i salumi e tutti i campioni tipici e della tradizione made in Italy. Ma anche a prodotti di assoluta novità. Come accade per il semifreddo Grand Soleil, della Ferrero di Alba, che mixa freschezza floreale o sentori agrumati con l’innovazione tecnologica. E come altro definire la possibilità di conservare il prodotto tenendolo semplicemente in dispensa, salvo poi, al momento del l’utilizzo, scuoterlo e riporlo per qualche ora nel freezer.
A volte si tratta di una diversificazione di prodotto e di servizio destinati a una categoria particolare di consumatori. È quanto ha fatto la Rugger di Santena, azienda familiare presieduta dalla signora Giusy Lenti che dal 1935 produce salumi e che, tra le prime in Italia, ha lanciato una linea di prosciutti cotti per i celiachi. Oppure di offerte destinate almeno inizialmente ad aree circoscritte di consumo. È il caso del «primo “urban wine”, un vino raffinato ed elegante che abbiamo pensato e prodotto ispirandoci al consumatore tipo milanese», spiega Francesco Zonin, dell’omonimo gruppo vinicolo che lo ha proposto. C’è poi chi sfrutta sinergie di settori differenti ben combinati tra loro, com’è nel caso del progetto Altigrani dell’azienda Torrevento di Corato, in Puglia, che ha deciso di ampliare la propria e tradizionale attività vinicola anche alla pasta. Non una qualsiasi, ma quella ottenuta da grani duri selezionati nel vicino Tavoliere e lavorati con il processo della lenta essicazione.
Esclusività e tradizione che l’agricola Mario Bisceglia di Lavello, nota per un superbo Aglianico del Vulture descritto mirabilmente nei romanzi dello scrittore lucano Gaetano Cappelli, si è impegnato con altri imprenditori locali nel lancio di tutta una serie di referenze tipiche della Basilicata. Innescando così a politiche promozinali collettive, tali da permettere al gruppo di imprenditori di arrivare dove le singole azienda non riuscirebbero ad arrivare. Per carenza di mezzi.
Iniziativa che riprende quanto già sperimentato dalla Umani Ronchi di Osimo, un nome da leader nella produzione di vini marchigiani, che è riuscita ad assicurarsi la distribuzione in esclusiva delle cibi prelibati realizzati dal geniale cuoco Moreno Cedroni di Senigallia.
Ricerca e innovazione che coinvolgono aziende e imprenditori di ogni terra e latitudine. E se i Lunelli di Trento, gli stessi che firmano milioni di bottiglie di spumante Ferrari, hanno allargato il campo d’azione al l’acqua minerale e ora con la Locanda Margon anche alla ristorazione stellata, la Fratelli Berlucchi di Borgonato ha con il nuovo “Brut 25″ voluto ribadire fedeltà al metodo tradizionale Franciacorta, con un particolare in più: «Fare – spiega Pia Berlucchi – sapide bollicine per un palato più giovane, partendo da da selezioni di cultivar e nuovi modelli di allevamento in vigna e proseguire con cura l’affinamento di cantina».

di Nicola Dante Basile
Il Sole 24 Ore