IMPRESE GLOBALI IN CONFINI RISTRETTI
Export in calo e neoprotezionismi ridimensionano le delocalizzazioni – REGOLE DIFFERENTI – I processi di liberalizzazione rischiano uno stop: i paesi emergenti possono alzare i dazi mentre Europa e Usa hanno pochi margini di manovra
L’impresa globale è stata il pilastro della crescita economica pre-crisi: non solo le grandi corporation, ma tante medie e piccole imprese che con sforzo, tenacia e investimenti sono riuscite a crescere sul mercato internazionale, a esportare in più continenti e a frammentare geograficamente la produzione.
I nostri eroi, le aziende di successo, dal tessile alle macchine utensili, hanno seguito questa strada, fatta di tre ingredienti: crescita dimensionale, presenza sul mercato globale e grande qualità, possibilmente in nicchie ben definite. Tanti rapporti e studi hanno documentato questo processo, che ha permesso all’Italia di stabilizzare le proprie quote sul mercato mondiale delle esportazioni.
Un processo duro ma efficace, anche se ben lontano dall’essere completo, di transizione da un mondo dove l’eccessiva frammentazione delle imprese si era trasformata da un punto di forza a una fonte di debolezza. E questo fenomeno si è verificato in quasi tutti gli altri paesi.
Gli studi di Andrew Bernard e Bradford Jensen sugli Stati Uniti, e quelli sull’Europa promossi dal think tank Bruegel di Bruxelles con il Cepr di Londra, mettono in evidenza come ovunque le imprese esportatrici sono generalmente più grandi, più efficienti e con caratteristiche diverse da quelle che operano sul mercato domestico. Un attento studio di Jonathan Eaton, Samuel Kortum e Francis Kramarz basato sui dati francesi (i più accurati disponibili in Europa) mostra come l’efficienza spieghi il 57% delle probabilità che un’impresa riesca a entrare sul mercato internazionale. I costi di essere presenti in più paesi, la crescita della concorrenza globale, i maggiori vincoli macro, ad esempio l’introduzione dell’euro, obbligano le aziende a trovare vie per diventare più efficienti, crescere o morire.
Ora, la questione da un milione di dollari per il mondo di domani è: che cosa ne sarà di questo modello di impresa? Sarà ancora valido quando finirà la crisi?
Dipende da chi riuscirà a sopravvivere al crollo drammatico della domanda. Da un lato, la dimensione globale dell’arretramento toglie alle imprese internazionalizzate l’ancora di salvezza della diversificazione dei mercati: un tempo se un paese andava male, un altro cresceva. Oggi, la fortissima correlazione del ciclo, almeno in questa fase, chiude le valvole di sfogo e gli esportatori soffrono ovunque.
D’altra parte, se i campioni riescono a mantenere le proprie attività internazionali, orizzonti geografici più ampi permettono di essere pronti a cogliere i primi segnali di ripresa, che non sarà ovunque uguale.
La durata della crisi e la capacità di resistenza delle imprese sono dunque le variabili cruciali. Se la domanda continuerà a stagnare (le esportazioni italiane sono calate all’inizio del 2009 del 27,5% verso l’Europa e del 13% verso il resto del mondo rispetto all’anno precedente), la capacità produttiva globale inevitabilmente si ridurrà. Già il calo degli investimenti degli ultimi due trimestri avrà comunque effetti prolungati sul potenziale di crescita di medio periodo delle aziende.
Certo, le imprese migliori hanno tasche più profonde delle altre: sono più grandi e hanno una redditività maggiore. Ma, allo stesso tempo, molte di loro hanno finanziato la crescita globale con debito e sono esposte verso il sistema creditizio. In queste condizioni fanno più fatica a sostenere un calo di domanda. Se le banche non continuano a sostenerle, rischiamo di perdere un buon numero dei nostri campioni o di vederli molto ridimensionati.
Un secondo aspetto riguarda la stabilità del modello di produzione globale nel suo complesso. Questo si fonda su poli geografici in grado di svolgere determinate funzioni produttive a un costo più basso che altrove: la manifattura in Cina, il software a Bangalore.
L’Ibm ha oggi più addetti in India che negli Stati Uniti, perché per molte funzioni il subcontinente asiatico è il polo di produzione più efficiente. Allo stesso modo, tutti i produttori di scarponi da sci hanno impianti a Montebelluna perché solo qui è possibile trovare tecnologie e competenze adeguate. La localizazione dei vantaggi produttivi è stata infatti anche la fortuna dei nostri distretti industriali.
Ma questi poli stanno in piedi solo se c’è un sufficiente numero di aziende, una massa critica che produce e che genera quelle economie di scala nel territorio che ne garantiscono la competitività e ne giustificano l’esistenza. Ad esempio, se non ci sono abbastanza aziende, non ci sono le risorse per costruire le infrastrutture (strade, telecomunicazioni ecc.) necessarie a produrre.
Ora, il crollo drammatico del commercio internazionale, riflette anche un arretramento dei processi produttivi globali: sa cala la domanda di automobili negli Stati Uniti e in Europa, crolla la produzione di componenti in Cina e in Polonia. I componenti e i semilavorati contano per circa un terzo del commercio di manufatti. In alcuni settori anche di più.
L’aumento vertiginoso degli scambi globali degli ultimi vent’anni è in gran parte spiegato dalla frammentazione dei processi produttivi che ha moltiplicato il numero di transazioni internazionali necessarie a completare un prodotto finito. Se il calo di domanda persiste, interi poli produttivi rischiano di chiudere, con una riduzione strutturale di capacità produttiva.
Infine, l’ultima variabile è il protezionismo. Le imprese globali hanno prosperato perché hanno beneficiato di 15 anni di dazi bassissimi. I sistemi globali di produzione sono in parte un antidoto alle barriere commerciali. Il costo di produzione dei vestiti europei aumenterebbe se venissero rafforzate le barriere nei confronti della Cina. Ma se le attività oltrefrontiera iniziassero ad arretrare, la spinta alla difesa delle aziende nazionali crescerebbe.
Il rischio è un rovesciamento del processo di liberalizzazione nell’ambito delle regole esistenti. La World Trade Organisation concede ampi margini, soprattutto ai paesi emergenti, per aumentare i dazi. Infatti, gli accordi globali vincolano i paesi a non superare delle soglie di dazio teoriche che sono molto più alte per i paesi emergenti che per quelli industrializzati. I primi, dunque, hanno ampi margini per alzare le tariffe effettive al livello di quelle teoriche, mentre Europa e Stati Uniti hanno pochissimo margine di manovra.
In sintesi, il futuro dell’impresa globale dipende in modo cruciale dai tempi della crisi. Se la domanda stagna troppo a lungo, si rischia una riduzione strutturale della capacità produttiva globale. Se riprende relativamente in fretta, allora presto potremo ritrovare i successi dei nostri campioni.
di Giorgio Barba Navaretti
Il Sole 24 Ore



