BURSA CONTA I SUPERSTITI DEL TESSILE TURCO

Turchia. Nel grande distretto ha chiuso il 50% delle fabbriche, resiste solo chi fa filato sintetico
DOPO LO TSUNAMI – La concorrenza non si ferma: dagli scenari di crisi e dal consolidamento usciranno produttori innovativi e agguerriti

Gli imprenditori turchi del tessile protestano a gran voce e chiedono, per ora senza successo, aiuti o riduzioni fiscali al Governo del premier Recep Tayyip Erdogan per superare un crisi durissima.
A Bursa, nell’Anatolia occidentale, nel luogo simbolo di alcune attività d’eccellenza della produzione della Turchia, automobilistico e tessile in testa, il 50% delle aziende tessili ha chiuso. La Sonmez Filament, Nergis Textile e Polylen, un tempo aziende leader, hanno serrato i battenti. La Korteks, Sifas e Politeks rimangono in piedi solo ed esclusivamente grazie al filato sintetico.
Sintetico che tiene ma non può fare miracoli. Eray Sanver, Segretario del sindacato dei produttori di tessuti acrilici, ha detto che dall’inizio dell’anno le aziende hanno perso il 75% del loro mercato totale per quanto riguarda la Turchia, mentre le esportazioni hanno perso oltre il 15%. Molto più di un campanello d’allarme.
Il tessile turco su base nazionale ha visto diminuire le sue esportazioni del 30-40%, soprattutto a causa della crisi e della concorrenza agguerrita dei tessili cinese e indiano. A Bursa lo scorso gennaio si è registrato un calo nell’export del 21% rispetto allo stesso periodo del 2008 (91,6 milioni di dollari), percentuale che è salita al 32% (35 milioni di dollari) per il settore dell’abbigliamento.
Che succederà in futuro? Diminuirà la concorrenza turca sul mercato internazionale? Non proprio. In una fase con previsioni di crescita dell’economia di Ankara nel 2009 oscillante fra lo 0,5% e un più allarmante -1,5%, molti scommettono sulla capacità di innovazione che la crisi saprà portare.
Gli industriali di Uludag (Bursa), fanno presente che il calo più vistoso dell’export si è registrato verso i Paesi dell’Unione europea e gli Stati Uniti, ma ci sono anche casi in controtendenza come Arabia Saudita, Iran ed Egitto.
Secondo alcuni analisti lo tsunami sul versante industriale produrrà una drastica riduzione del numero delle imprese, principalmente micro e mini, che nell’ultimo quinquennio sull’onda della favorevole congiuntura economica (il Pil cresceva del 7% annuo) si erano affacciate al mercato con la speranza di divenire,nel lungo termine, le “nuove tigri” del modello di sviluppo della Mezzaluna.
Ora lo scenario è cambiato e le Pmi che resisteranno alla crisi, cambiando la gestione manageriale e la strategia aziendale, riusciranno ad affrontare meglio il mercato interno e soprattutto potranno giovarsi della prossima ripresa dei mercati mondiali. I grandi gruppi imprenditoriali e industriali turchi (Koc, Sabanci, Dogus, Dogan), che hanno già varato operazioni di concentrazione aziendale sul core business, sfoltendo i “rami secchi” e uscendo dai settori non strategici, continueranno in quest’opera di rafforzamento patrimoniale.
Anche le aziende del tessile-abbigliamento, tradizionalmente orientate all’export, subiranno un drastico riposizionamento dovuto al calo della domanda interna e soprattutto estera. Molte imprese saranno costrette a chiudere i battenti, ma le altre dovranno far decollare, obbligate dalla crisi, vere politiche di marketing e brand finora confinate solo ad alcune imprese leader. Il risultato sarà che le aziende superstiti saranno competitori più forti e agguerriti di prima.
 
Vittorio Da Rold
Il Sole 24 Ore

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