DA WHIRPOOL A POLTI: MEGLIO TORNARE IN ITALIA
LA DECISIONE CAMPANA – La multinazionale degli elettrodomestici lascia la Turchia e ricolloca a Napoli la produzione di lavatrici
LA CONSEGUENZA – La chiusura dell’impianto Indesit in Inghilterra e di quello Hoover ha spinto il componentista Pasell a fare il passo indietro
MILANO
Tornano: dalla Cina, dalla Polonia o dalla Turchia per rilocare in Italia tutta o parte della produzione trasferita anni fa all’estero, ma con esiti non sempre brillanti.
La prima a tornare è stata addirittura una multinazionale americana, la Ametek, che per le proteste dei clienti ha dovuto riportare in Italia dalla Cina la produzione di qualità di qualche milione di motorini per piccoli elettrodomestici riavviando le due fabbriche, in Lombardia.
Ma il caso più clamoroso è quello di un’altra multinazionale americana, la Whirlpool, leader mondiale del bianco (ricavi 2008 a 18,9 miliardi di dollari), che rinuncia alla Turchia e tornerà a produrre nella fabbrica di Napoli una parte delle lavatrici che comprava dalla turca Vestel, gigante del settore, allontanando il pericolo di un ridimensionamento di Napoli. Con un’indovinata mossa infatti Mark Bitzer, presidente europeo uscente, alla fine del 2008 ha interrotto la procedura di acquisizione entro il 2009 della Vestel. Con il crollo della lira turca il rischio era di acquistare a un prezzo esagerato un’azienda dimezzata, nella sua capitalizzazione con costi crescenti a partire dalle materie prime che nel bianco incidono per il 75%. Così a Napoli tirano un sospiro di sollievo nonostante la pesante crisi poiché la capacità produttiva risale di 120mila unità superando probabilmente le 800mila totali.
Tirano un sospiro anche i componentisti come Pasell, numero uno europeo nei contrappesi per lavatrici, un altro esempio di rientro da un’esperienza, questa volta in Inghilterra, insoddisfacente. «Con la chiusura dello stabilimento inglese Hotpoint di Indesit da un milione di macchine e in questi giorni della Hoover di Candy dalla quale uscivano 500mila apparecchi – dice Salvatore Amitrano, amministratore delegato Pasell, che da poco ha acquisito la Bemberg – abbiamo dovuto chiudere i nostri due stabilimenti inglesi che Candy e Indesit ci avevano chiesto solo due anni fa di aprire per rifornirli da vicino. Così, dopo aver speso e non ammortizzato 2,5 milioni di euro che per noi che ne fatturiamo 24 sono stati davvero tanti, riallochiamo in Italia le attrezzature». Non inutilmente perché, secondo indiscrezioni dalla Svezia, queste linee dovrebbero servire lo stabilimento Electrolux di Porcia per la produzione di macchine di fascia alta.
Delocalizzazione molto difficile anche per le aziende del distretto marchigiano degli elettrodomestici e della componentistica. Uno dei primi specialisti italiani di stampaggio a iniezione di frontalini per lavatrici e lavastoviglie, l’anconetana King Plast spa della famiglia Polenta ha dovuto vendere lo stabilimento polacco (il terzo dopo i due italiani) realizzato di recente per gravi problemi tecnici e carenza di personale specializzato. Un difficile rodaggio di due anni per ostacoli burocratici e finanziari ha segnato anche il debutto della fabbrica polacca del gruppo Aria, primo produttore europeo di filtri per cappe ed elettrodomestici. Problemi risolti solo ora con la partenza ufficiale, ma il presidente Alfredo Pellegrini ha dovuto fronteggiare anche la caduta della domanda in Italia. Ed ha dovuto aggiungere anche la produzione di componenti in plastica rinunciando del tutto a usare quelli prodotti in Cina per difetti che richiedevano onerosi interventi di correzione. «I nodi arrivano al pettine – è la dura critica di Sandro Paradisi, presidente delle piccole aziende di Assindustria Ancona e presidente della sua azienda, specialista in componenti metallici – molti produttori hanno delocalizzato impoverendo tecnologicamente le fabbriche in patria e, ora che devono tornare per i problemi in Est Europa e in Cina, sono in difficoltà. Bisognava prima investire qui in efficienza e non raccontare che si delocalizzava per servire i mercati esteri».
Dal componente al prodotto finito il protagonista è un personaggio-mito, Franco Polti, inventore di Vaporella e del vapore per la casa, che ha deciso di chiudere un’esperienza produttiva in Cina, avviata con un socio locale e finita male. «Ora posso dirlo – spiega Polti, alla vigilia della partenza per l’inagurazione della fabbrica in Messico – a farmi decidere è stata la mancanza di qualità minima; credevo che fosse utile produrre in Cina gli apparecchi di fascia bassa, ma mi sbagliavo. Per non parlare dei costi crescenti dei trasporti, di lunghe attese dei container di 3-4 settimane nei porti e di blocchi improvvisi. Siamo tornati in Italia».
di Paola Guidi
Sole 24 Ore
Fine della delocallizzazione?? ritorno in patria?