MACCHINARI E TECNOLOGIE PER L’AFRICA IN CRESCITA
Urso: il continente sarà al centro dei lavori del G-8 alla Maddalena
DAR ES SALAAM.Se qualcuno un giorno scriverà la storia della crisi economica del 2008-2009, il capitolo sull’Africa subsahariana sarà uno di quelli da leggere tutto in un fiato. Il Continente nero è in bilico tra l’incubo del rallentamento dell’export di materie prime, motore della incoraggiante crescita degli ultimi anni, e l’improvvisa chance offerta dal forte ritorno di interesse delle imprese europee, che in Africa trovano economie ancora in crescita e l’opportunità di sfidare la recessione.
In questo clima di cambiamento spuntano le condizioni ideali per le imprese italiane, che in questi giorni in Africa hanno fatto un altro dei loro guizzi contro il rallentamento dell’export. Sono circa quaranta le aziende che hanno preso parte alla missione in Etiopia e Tanzania guidata dal ministero dello Sviluppo economico, dall’Ice, da Simest e da Sace. Un nucleo di operatori dell’agroindustria, della meccanica, della robotica, delle infrastrutture che ha dato vita ad alcune centinaia di incontri d’affari con operatori locali.
Al business, l’Italia ha affiancato l’iniziativa politica. Ad Addis Abeba il sottosegretario allo Sviluppo economico, Adolfo Urso, ha presentato il piano per l’Africa al presidente della Commissione dell’Unione africana, Jean Ping, e ai rappresentanti della Commissione delle Nazioni Unite. Il piano italiano è basato su missioni di carattere economico e sull’appoggio politico alle istanze africane nelle sedi istituzionali.
«L’Italia ha deciso di investire nell’Africa come attore protagonista della nuova governance globale. Per questo la presidenza italiana metterà l’Africa al centro dei lavori del prossimo G-8 della Maddalena», ha spiegato Urso. «Le società italiane – dice il presidente dell’Ice, Umberto Vattani – possono proporre ai partner africani trasferimenti di tecnologia». «Sui mercati africani c’è fermento e interesse per le imprese e i distretti italiani», conferma Giancarlo Lanna, presidente di Simest, la finanziaria per l’internazionalizzazione.
Una fiera ad Addis Abeba, una deviazione per Zanzibar, e poi altri incontri d’affari a Dar es Salaam, cuore dell’economia della Tanzania. Gli operatori italiani hanno trovato il terreno ideale per le loro caratteristiche: un’industria locale da costruire quasi da zero.
«I settori degli incontri bilaterali – dice Cristina Carbognani, responsabile dell’internazionalizzazione di Confapi, la Confederazione italiana della piccola e media industria privata – sono l’agroindustria, la meccanica agricola, l’edilizia, il turismo, le infrastrutture, le energie alternative. I partner africani ci chiedono joint venture, ci chiedono di acquisire macchinari. Per facilitare gli accordi abbiamo incluso l’offerta di formazione di tecnici e personale».
Etiopia e Tanzania sono mercati grandi e poveri, dove la corruzione è in agguato, con un potenziale agricolo e minerario enorme, e programmi di sviluppo delle infrastrutture finanziati dai donatori internazionali. Il Gruppo Trevi è interessato al settore delle perforazioni nei settori oil, gas e acqua, e alla costituzione di intere filiere, fino a comprendere anche il trattamento delle acque reflue: «Non temiamo la concorrenza dei cinesi – dice Sergio Re De Paolini, business development manager – perché quando si tratta di scavare gli strati rocciosi più resistenti i macchinari cinesi non reggono il confronto».
«Da quando è iniziata la crisi – dice Giampaolo Bruno, direttore dell’ufficio Ice per l’Africa subsahariana, con sede a Johannesburg – notiamo un forte incremento delle richieste di informazioni da parte delle imprese». In assenza della catena del freddo, in Etiopia il settore agricolo offre grandi possibilità alle imprese del packaging, anche per una semplice attività di inscatolamento e conservazione di derrate agricole prodotte in abbondanza da terreni agricoli fertilissimi, ma destinate al rapido deperimento.
In Tanzania, terzo Paese africano per la produzione di oro, c’è richiesta di macchinari per la gioielleria, di macchinari per il marmo, di investimenti nel lattiero-caseario. In Etiopia come in Tanzania i frequenti black-out energetici aprono la strada a investimenti nelle energie rinnovabili.
Alfredo Sessa
Il Sole 24 Ore