L’HI-TECH NON SALVA LA VAL SERIANA
INCHIESTA La concorrenza turca manda fuori mercato il distretto bergamasco: già persi 5mila posti
Pesa l’errore di aver investito troppo sugli impianti e poco sui prodotti finiti – LA CONTRADDIZIONE – Un paradosso quasi beffardo: operai e tecnici in cassa, imprenditori in difficoltà, fabbriche semivuote ma al top della tecnologia
«Il tessile, in Val Seriana, è finito. Bisognerà fare altro. I bergamaschi di montagna riusciranno a trovare una specializzazione alternativa. Ma questa storia, almeno nella versione in cui l’abbiamo conosciuta, ormai è conclusa».
Fuori piove e, nella penombra della casa canonica di Nembro, Monsignor Aldo Nicoli, uomo che ha sempre curato le anime dei suoi parrocchiani quanto i denari della Chiesa, dice in poche parole quello che molti, in questa valle, pensano. La crisi sta sfibrando uno dei sistemi produttivi più antichi del nostro Paese.
Il tessile nella provincia di Bergamo, secondo una stima della Cgil, vale 20mila addetti, che diventano 25mila con la chimica affine e il meccanotessile. Nel dicembre del 2007, quando la recessione ha incominciato a fare veramente male, nella bassa Val Seriana, case e capannoni semivuoti da Torre Boldone a Colzate, c’erano ancora 10mila addetti. Oggi, fra cassa integrazione ordinaria, straordinaria e mobilità, di questi ultimi la metà è fuori dalle fabbriche.
I numeri sono questi. «È inutile nascondere la cosa», afferma con la calma di chi è abituato a gestire i soldi Monsignor Nicoli, 76 anni, regista per conto della Curia nell’operazione che portò nel 1989 il Credito Bergamasco nell’orbita del Crèdit Lyonnais anziché della Popolare di Novara, nel 1995 chiamato in Vaticano a risanare da delegato pontificio le casse della Compagnia di San Paolo. «In realtà – sottolinea con una punta di ottimismo Eugenio Cavagnis, quarantanovenne sindaco di Nembro con una lista civica di centrosinistra – la bassa Valle è destinata a ospitare l’espansione di Bergamo: servizi e logistica». Il problema, però, è che questo pezzo di Nord è il primo a correre un vero rischio di deindustrializzazione. E non è un pezzo qualunque. Roberto Anelli, cinquantaduenne sindaco leghista di Alzano Lombardo, descrive il disagio che cresce («il giovedì pomeriggio ricevo i cittadini in Comune, ogni volta almeno in tre mi chiedono lavoro, io non so dove indirizzarli») e fa venire in mente le paure e le ansie di Renzo Tramaglino che al di là dell’Adda, nella Bergamo sotto il dominio di Venezia, cerca il cugino Bortolo: «Riconosce un filatoio, entra, domanda ad alta voce, tra il rumore dell’acqua cadente e delle rote, se stia lì un certo Bortolo». L’anno raccontato da Manzoni nei Promessi sposi era il 1628. Allora, nel nostro Paese stava lentamente prendendo forma il primo processo di proto-industrializzazione, e Bortolo appunto lavorava nel tessile. Quel tessile che, diventato una delle forme più solide e simboliche del capitalismo del secolo scorso, quasi quattrocento anni dopo sperimenta un passaggio triste e forse finale. In queste terre che tengono insieme il leghismo duro e il cattolicesimo profondo, il lavoro è una religione civile.
E suonano come un rosario triste i nomi delle aziende con i cancelli chiusi. Eccone alcuni: la Europeyarn di Rovetta (cessata attività, 42 a casa), la Ritorfil di Albino (cessata attività, 26 in Cigs), la Beltrami di Cene (cessata attività, in 66 in Cigs), la Lorenzini di Nembro (cessata attività, in 66 in Cigs), la Sitip di Cene (in ristrutturazione, 71 in Cig), la Radici Tessuti di Gandino (chiusura, in 120 per strada).
Filatura, tessitura, tintura, confezioni. Qui, una volta, c’era tutto il ciclo. Le prime due fasi, di fatto, sono già scomparse. «E da tre anni – racconta Fulvia Azzola, 48 anni, in Cig dalla Tessival di Fiorano al Serio, dopo trent’anni ai telai – non si vedono più i telai nei garage di Gandino e di Leffe». Fulvia ha cinque sorelle: Augusta, Ivonne, Carla, Maria Rosa e Susanna. Tutte lavoravano nel tessile. Nessuna ci lavora più. «Io non ne capisco tanto – afferma Fulvia Azzola – ma la mia impressione è che si sia puntato troppo sulla quantità».
Fulvia ha ragione. Gli imprenditori bergamaschi, a differenza di molti bresciani, non si sono fatti incantare dalla finanza. I soldi li hanno impiegati nelle aziende. E lo hanno fatto in particolare fra il 2003 e il 2006. Hanno cambiato i macchinari. Innovazione di processo. Produttività, produttività e ancora produttività. Volumi crescenti. A fronte di un prodotto di qualità media, ma spesso indifferenziato. Il risultato è che i concorrenti stranieri, in particolare i turchi, hanno mandato i bergamaschi fuori mercato. Un paradosso quasi beffardo: operai a casa, imprenditori in difficoltà, fabbriche vuote ma all’apice della tecnologia.
La Val Seriana, di fronte a questo smottamento, prova ad aggrapparsi a una cosa nuova e a una cosa vecchia. La cosa nuova è la centralità assunta da chi ha puntato sui tessuti differenziati. Come il Cotonificio Albini di Albino. «Io non sono così catastrofista – spiega Silvio Albini, a 52 anni esponente della quinta generazione dell’azienda di famiglia – , ma certo le condizioni generali sono complicate». Albini produce tessuti per le camicie di Brooks Brothers, Armani e Zegna. Negli ultimi tre mesi dell’anno scorso, il calo degli ordini è stato del 20 per cento. Quest’anno, sarà completato lo stabilimento di Alessandria d’Egitto (15 dei 20 milioni di euro necessari già spesati) e diventerà pienamente operativo il centro logistico di Gandino, un investimento da 10 milioni che costituisce un segnale debole di resistenza alla desertificazione industriale della valle.
La cosa vecchia è l’impegno finanziario diretto degli imprenditori. Il Cotonificio Honneger, controllato dalla famiglia Zambaiti, a Nembro aveva 450 addetti. Duecentocinquanta sono in Cigs. Di questi, 150 saranno riassorbiti dalla Lombardini (distribuzione) che si insedierà in uno spazio a cui il Comune ha, apposta, cambiato destinazione d’uso. «Di nostro – dice Angelo Zambaiti, 39 anni – mettiamo 15 milioni di euro in un aumento di capitale che consente all’azienda di ripartire. Al tessile, nonostante tutto, crediamo ancora».
di Paolo Bricco
Sole 24 Ore