IL MARKETING NON MINA L’ETICA
Quasi un decennio è passato da quando, per la prima volta in Italia, uno studio legale si è dotato di una figura interna per gestire il business development dello studio; da allora lavorano molti addetti alla gestione della comunicazione e aumentano i consulenti esterni. Ciò nonostante l’apprensione per il tema è ancora evidente nella categoria. Il timore è che le tecniche mutuate dall’impresa implichino la mercantilizzazione della professione e il suo decadimento etico. Timori infondati e soprattutto basati su equivoci terminologici.
«Marketing» è forse un vocabolo infelice. Nella nostra lingua evoca il concetto di mercato di massa, fa pensare alla promozione di prodotti di largo consumo, alla pubblicità, al profitto commerciale, mentre si tratta di una tecnica ancella di una più complessa scienza: il management. Termine, quest’ultimo, che sarebbe riduttivo tradurre con «gestione». Management è di più: pianificazione, gestione e controllo di tutti i processi vitali di una qualsiasi organizzazione lavorativa.
Qualunque attività lasciata a se stessa, non pianificata e controllata, comporta maggiori rischi di fallimento di quanto non accada con un’attenta gestione, frutto di procedure consapevoli e intenzionali. Se, grazie alle analisi di marketing, si comprendono i bisogni del mercato, si potrà organizzare con più precisione la propria attività. Organizzare significa adottare metodologie per la pianificazione finanziaria, economica, per la gestione delle persone che lavorano in studio e per la propria immagine.
Nulla mette in pericolo la qualità e l’etica dell’attività. Anzi, il marketing consente di misurarsi direttamente con la domanda dell’utilizzatore finale.
La propria reputazione infatti è il primo strumento di marketing. Che uno studio faccia marketing non significa che cerchi scorciatoie per avere successo a tutti i costi, piuttosto che cerchi di aggiungere alla qualità del proprio lavoro alcuni elementi essenziali che il cliente apprezza, come l’affidabilità nella previsione dei costi, il controllo di gestione, il rispetto di una costante comunicazione sulle attività svolte, la reperibilità e l’informazione, la gestione del rapporto con i collaboratori e i corrispondenti.
Gli avvocati compiono un’attività economicamente rilevante, in forma più o meno organizzata. Per diventare avvocati occorre imparare il diritto, la procedura e acquisire esperienza tecnica, strategica e umana. La professione è difficile e articolata, si compone di numerosissimi fattori e, oggi, non esiste più solo un solo legale, ma molte figure diverse, ognuna con le proprie caratteristiche.
Gli avvocati non sono tutti uguali per quel che fanno, ma anche per come lo fanno.
Ci sono avvocati migliori e peggiori. Avvocati più dotati e meno dotati. Avvocati più accorti nell’amministrazione e avvocati che non sanno gestirsi. Avvocati “imprenditori”, che rischiano il capitale nel proprio studio e altri “dipendenti”, che alla fine del mese ricevono il proprio compenso.
Mentre in Francia e in Inghilterra, rispettivamente il Conseil National de Barreux e la Law Society pubblicano anche sui propri siti internet apposite sezioni sul management degli studi legali, che, considerata una delle tante competenze necessarie, è oggetto di formazione da parte delle istituzioni, da noi la materia è ancora emarginata alle discipline meno che accessorie, quasi che dotarsi di un sistema di gestione e pianificare la propria attività, per far tornare i conti dello studio, fosse un divertissement.
di Paola Parigi
Sole 24 ore