LA GERMANIA SCIVOLA IN RECESSIONE

FRANCOFORTE.
La Germania è in recessione, la prima da cinque anni, la peggiore degli ultimi dodici. La conferma è giunta ieri con i dati ufficiali del terzo trimestre, che hanno mostrato tutta la debolezza di un Paese troppo esposto al commercio internazionale. Per la Banca centrale europea è un nuovo campanello d’allarme che indurrà le autorità monetarie a ridurre nuovamente il costo del denaro in dicembre.
Secondo l’Ufficio federale di Statistica, il prodotto interno lordo è sceso dello 0,5% tra luglio e settembre, rispetto a una contrazione dello 0,4% (rivista da -0,5%) nel secondo trimestre. Su base annua il Pil è salito dello 0,8 per cento. Da un punto di vista tecnico, due trimestri consecutivi di crescita negativa equivalgono a una recessione. L’economia tedesca ha sofferto di un indebolimento delle esportazioni, mentre la domanda interna è cresciuta solo leggermente.
Il dato ha sorpreso molti osservatori. Un recente sondaggio di economisti di mercato mostrava che una maggioranza di analisti finanziari si aspettava sì una contrazione dell’attività economica in Germania, ma dello 0,2%, non dello 0,5. L’economia tedesca sta soffrendo del forte rallentamento del commercio internazionale, e d’altro canto non potrebbe essere altrimenti per un Paese con una straordinaria proiezione mondiale.
«Il ciclo degli investimenti – ha commentato la Bundesbank – si sta gradualmente indebolendo. Il rallentamento economico mondiale si sta facendo sentire. A causa della sua forte dipendenza dalle esportazioni, l’economia tedesca è particolarmente vulnerabile agli shock globali». Una cifra è sufficiente per capire quanto il Paese sia sbilanciato sul fronte dell’export: tra il 2005 e il 2007 la quota delle esportazioni in rapporto al Pil è salita dal 41 al 48 per cento.
La stessa classe politica è stata ieri particolarmente schietta. «Dobbiamo prepararci ad affrontare una crisi economica molto difficile e lunga», ha detto il vice ministro dell’Economia Walther Otremba. «Gli indicatori mostrano che la situazione di crescita negativa non cambierà nel quarto trimestre». Ormai, pare chiaro che il Governo dovrà modificare le proprie previsioni, soprattutto per il 2009. Per ora l’Esecutivo punta su una crescita dello 0,2 per cento.
Jennifer McKeown, economista di Capital Economics, è invece convinta che l’economia tedesca subirà l’anno prossimo una contrazione dello 0,5 per cento. Il timore è di assistere a un balzo della disoccupazione e a un indebolimento ulteriore dei consumi. Il dato tedesco di ieri rilancerà il dibattito sulla necessità di nuovi aiuti economici per il Paese. Da più parti il pacchetto da 50 miliardi presentato la settimana scorsa è considerato insufficiente.
Intanto, le statistiche tedesche fanno prevedere che anche la zona euro sia in recessione. Se ne avrà conferma oggi con i dati di Eurostat. Ieri molti economisti hanno rivisto le loro stime sul terzo trimestre da -0,1% a -0,3%, sulla scia dei dati provenienti dalla Germania (dopo un -0,2% nel secondo trimestre). Tra un rallentamento mondiale, uno shock creditizio e una crisi bancaria, l’Europa è in grave difficoltà, come ammette la stessa Banca centrale europea.
Nel suo bollettino mensile pubblicato ieri, la Bce mette l’accento su un’economia debole e un’inflazione in calo, lasciando la porta aperta a nuovi ribassi del costo del denaro, oggi al 3,25 per cento. Parlando a Bruxelles, il governatore austriaco Ewald Nowotny ha spiegato che la previsione della Commissione Europea di una crescita l’anno prossimo dello 0,1% è probabilmente ottimistica. «Temo che avremo almeno una stagnazione, se non una contrazione» dell’attività economica.
Per lo stesso Nowotny, la zona euro è già in recessione. La parola naturalmente non appare nell’editoriale del bollettino della Bce che si limita a parlare di «un indebolimento della domanda per un protratto periodo di tempo». Tuttavia, gli ultimi dati non fanno che confermare le attese per un prossimo allentamento monetario in dicembre, tale da portare il costo del denaro dal 3,25% al 2,75%, anche se non mancano coloro che puntano addirittura al 2,50 per cento.

di Beda Romano

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