QUEL DUALISMO TRA GRANDI INDUSTRIE E PICCOLE COMUNITA’
Quando un’impresa industriale, pur non sottraendosi ai suoi impegni economici pone la sua potenza finanziaria e la sua tecnica al servizio del territorio ove opera, essa si trova impegnata in un principio comunitario… Così scriveva Adriano Olivetti nel lontano 1956. Due eventi e una pratica che viene dal globale ci interrogano sull’attualità di ciò che in tempi di Robin tax e mercatismo appare inattuale: il rapporto tra impresa e comunità locale e se l’impresa, sempre più costretta ed attratta dai flussi, abbia smarrito la sua funzione di attore di civilizzazione. Essendo che oggi le imprese più che radicate sul territorio vi appaiono ancorate. In attesa di salpare verso le opportunità del mondo ove sono spesso attratte dalle sirene della speculazione finanziaria che fa di beni primari come il petrolio, il denaro, il grano e il riso merci scarse il cui lievitare dei prezzi mette paura. Per questo è attuale interrogarsi attorno a quel principio comunitario evocato da Adriano Olivetti. Dentro la potenza dei flussi economici (e di uomini) globali è possibile rintrovare traccia di nuovo comunitarismo proprio nell’intreccio tra global players e attori del locale? È il caso del “Karma-capitalismo” di Tata. La grande conglomerata industriale indiana, a noi nota per la sua partnership con la Fiat e agli inglesi per le recenti acquisizioni nella patria dell’impero di ciò che resta della loro industria dell’auto. Pochi sanno che il 65% degli utili di questa transnazionale emergente, per statuto d’impresa, viene reinvestito in progetti sociali in quella società delle caste in fibrillazione che è oggi l’India. Pratica che pone problemi non solo ai grandi studi di avvocati che devono siglare accordi tra imprese come Fiat e Tata. Ma anche alle ideologie della responsabilità sociale d’impresa che sino ad oggi hanno caratterizzato i grandi attori della globalizzazione. Riappaiono in India le differenze che noi tutti ricordiamo tra il fordismo hard di Valletta e il fordismo soft di Olivetti che si dispiegava allora sull’asse Torino-Ivrea. Se ne discuterà a Calvello e Abriola, due piccoli comuni della Camastra in Basilicata, in un forum promosso da Eni sul tema dello sviluppo dei “comuni polvere”. Perchè qui è stato trovato il petrolio. Merce profonda che sta sotto i piedi delle comunità locali. Merce che non appartiene alle comunità locali. Se ne hanno benefici indiretti attraverso le royalties che chi estrae petrolio versa allo Stato centrale, alla Regione e in misura minima ai piccoli comuni della Camastra e della Val d’Agri. Le comunità locali istituzionalmente esistono solo di risulta. Da qui atteggiamenti da sindacalismo istituzionale della Regione verso il centro per avere di più, dei piccoli comuni di rivendicazione verso la Regione e di competizione localistica verso i gruppi petroliferi da parte di tutti. Oltre all’Eni operano nell’area anche Shell e Total. In questo contesto Eni, con la Fondazione Mattei, in puro stile olivettiano, ha aperto una Missione di Comunità per dialogare, riconoscere e riconoscersi nella comunità locale. Assumendo i comuni polvere del territorio ed i loro sindaci come interlocutori. Ed è con l’Anci, l’Uncem (perchè qui le comunità montane sono vere) e con la Lega delle Autonomie Locali che ci si ritroverà a confrontarsi del difficile e problematico rapporto tra il capitalismo dei flussi e delle reti e il territorio. Partendo dal bilancio sociale di due piccoli comuni (Calvello - Abriola) come riflessione emblematica sul come e sul quanto la risorsa petrolio possa potenziare il welfare locale, i servizi di prossimità per i tanti anziani rimasti dopo l’esodo di Rocco e i suoi fratelli. Si discuterà anche dell’esodo moderno che è riapparso massiccio da Sud verso Nord dei tanti laureati. Ragionando di un patto dei saperi possibile tra grande impresa, università e scuole che si inizia a praticare. Così come si presenteranno i primi risultati sul come, per le comunità locali, a fronte della hard economy del petrolio, sia possibile e compatibile sviluppare elementi di soft economy, di valorizzazione del territorio, dell’agricoltura, del turismo “nella valle del petrolio”, con i suoi boschi e le sue montagne contigue al Parco del Pollino. Così come nel Canavese della Olivetti cresceva la fabbrica e si facevano i piani casa, le biblioteche, i trasporti pubblici locali, la manutenzione del territorio seguendo l’impresa un principio comunitario. Lo stesso che anima la Fondazione Symbola. Questa partendo dal punto di vista dell’ambientalismo di territorio, quello dei piccoli comuni, delle aree marginali dell’osso dove sono eccellenze le città delle castagne, del tartufo e i parchi sono un fattore di sviluppo soft, ha incontrato le imprese dell’eccellenza del made in Italy. Quelle per intenderci in grado di rappresentarsi assieme ai loro territori in una nuova fiera campionaria della qualità italiana che si è tenuta a Milano nel 2007. L’incontro di quest’anno di Symbola riguarderà “La deriva e la sfida” dentro le paure di essere un’Italia stanca, in balia dei flussi globali dove nemmeno i numeri freddi dell’economia placano le sensazioni di difficoltà e di fatica. Eppure ci dice Symbola le esportazioni del nuovo capitalismo di territorio sono cresciute del 30%, con un +10% nel solo 2007. Cosa rimane di quella coesione sociale in cui sono cresciuti i campioni del made in Italy che vanno nel mondo, di quell’intreccio tra comunità locale, territorio e imprese in tempi in cui per le imprese e i sistemi territoriali il problema non è solo andare nel mondo ma rimanerci e consolidare mercati e strategie? Di questo spirito comunitario nei tempi della globalizzazione si discuterà a Calvello l’11 e il 12 luglio e a Bevagna il 18 e il 19 luglio.