PER L’EXPORT BALZO VERSO IL RECORD
Matteo Meneghello
L’export non arresta la corsa. Il commercio estero delle imprese lombarde non si fa frenare dalle svalutazioni di dollaro e yuan, e mantiene un tasso di incremento a doppia cifra. Un quadro d’eccellenza, non sufficiente, però, a fugare i timori degli imprenditori, preoccupati per i margini e per la tenuta della competitività nel 2008.
Nei primi otto mesi il valore delle merci lombarde vendute oltreconfine ha raggiunto i 67 miliardi, il 12,3% in più rispetto al 2006. Passo, questo, che se confermato, porterà l’intero anno al record di 100 miliardi. In evidenza Milano, Brescia e Bergamo (territori dai quali proviene il 69% dell’export lombardo), ma anche realtà come Mantova e Como, capaci di mantenere un tasso di crescita superiore al 18%. Meccanica e metallurgia si confermano i settori più trainanti. Tra i partner principali, la Germania resta leader, ma è il Medio Oriente a crescere di più: l’Arabia Saudita sale del 74%, seguita da Emirati Arabi e Qatar. Anche la Russia conferma un appeal crescente per il made in Lombardia (+33%). A livello nazionale, a fine settembre, l’incremento è dell’11,5%, per un controvalore di 264,5 miliardi, di cui 160 (+11,2%) nella Ue.
«I dati sull’export – commenta la vicepresidente di Confindustria Lombardia, Adriana Sartor –, continuano a essere brillanti e migliori in Lombardia rispetto alla media nazionale, ma la svalutazione del dollaro rende sempre più difficile la competitività Cominciano inoltre ad avvertirsi effetti negativi sulla crescita, in evidente rallentamento. Il dollaro basso – ricorda Sartor – è un dato strutturale: occorre cambiare il modo di stare sul mercato americano. Per questo intendiamo proporre alla Regione di realizzare insieme, il prossimo anno, un grande progetto-Paese negli Usa».
Anche il presidente dell’Associazione industriale bresciana, Franco Tamburini, dipinge un quadro a due facce. «Sono dati positivi – commenta –: Brescia si distingue con tassi superiori alla media per i settori tradizionali del manifatturiero, come meccanica e metallurgico-siderurgico». Ma la corsa dell’euro sul dollaro non è priva di incognite. «Gli effetti della svalutazione Usa sull’export ancora non si vedono – spiega Tamburini –, ma solo perchè abbiamo compresso ulteriormente i margini. Quando non sarà più possibile la competizione sarà più dura, non dobbiamo abbassare la guardia». Al momento i timori sono ancora limitati. «Non ci sono indicazioni che lascino pensare a un’inversione di tendenza – aggiunge –: l’edilizia sta un po’ tirando il fiato, ma i fondamentali sono ancora buoni».
Alberto Barcella, presidente dell’Unione degli industriali di Bergamo, sottolinea soprattutto «il miglioramento del saldo della bilancia commerciale, ottenuto nonostante il deprezzamento del dollaro e l’aumento del prezzo del petrolio. I dati – aggiunge – sono confortanti, soprattutto per Bergamo. Un riscontro che testimonia come il processo di trasformazione della struttura industriale in atto nella provincia sta dando frutti, ripagando i sacrifici compiuti per renderci più competitivi». Le indicazioni future inducono però alla cautela. «L’anno – aggiunge Barcella – si sta chiudendo con un rallentamento della crescita: siamo preoccupati per gli effetti che può produrre la crisi finanziaria Usa. Il rapporto di cambio euro/dollaro, inoltre, renderà sempre più difficile l’export negli Usa e nello stesso tempo darà maggiore competitività ai prodotti dal Far East. C’è poi l’incremento del costo del greggio: l’equilibrio energetico italiano, sbilanciato a favore di gas e combustibili fossili è un forte gap competitivo».
Anche Alessandro Spada, consigliere delegato per l’Europa di Assolombarda, considera gli aggiornamenti di agosto sull’export «un dato incoraggiante, il risultato raccolto da aziende che si sono rimboccate le maniche, investendo sull’internazionalizzazione». Il dato «potrebbe essere migliore, se non fosse penalizzato dal tasso di cambio». Per il futuro «si avvertono – dice Spada – segnali di rallentamento, l’onda lunga della crisi finanziaria americana sta lasciando qualche segno: ci sarà da stringere i denti». Non tutto il male, però, viene per nuocere. «La frenata degli Usa e la svalutazione del dollaro – spiega – costituisce un vantaggio competitivo anche per chi decide di investire all’estero: è l’occasione buona per puntare sullo sviluppo in Paesi dal forte appeal, come India ed Estremo Oriente».