L’IMPRESA RECUPERA SULL’ EXPORT

Franco Vergnano

Al calo di produttività si contrappone una quota maggiore di innovazione.

L’allarme produttività che da «dieci anni frena la crescita», lanciato sabato dal Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, ha trovato orecchie attente e sensibili nell’industria italiana, tra i “policy maker” e gli economisti. Anche perché tocca un tasto sensibile dell’economia, pur non essendo la prima volta che viene sfiorato, come ha peraltro affermato lo stesso Draghi. Non per niente il tema della crescita è stato anche il “leit motiv” del discorso inaugurale di Emma Marcegaglia come presidente della Confindustria. Un elemento che se da un lato rende ancora più pressante l’allarme sul terreno degli indicatori macroeconomici, dall’altro suscita qualche riflessione da parte degli studiosi di economia reale.
Detto in parole semplici: la produttività è un rapporto. Perché, in presenza di fatturato stagnate, le aziende sono tornate ad occupare nuove risorse e a stabilizzare quelle precarie? È quello che succede in termini statistici, come spiega l’Istat.
E allora non può essere che, ancora una volta, ci troviamo in presenza della vecchia – ma pur sempre validissima – “bumble-bee syndrome”, cioè la metafora del calabrone che vola anche se rispetto alle leggi dell’aerodinamica non potrebbe librarsi nell’aria?
Proprio nei giorni scorsi sono stati autorevolmente presentati e discussi a Milano un paio di rapporti su questo tema. Il primo è uno studio Cranec che mette in evidenza un sistema in salute a cominciare dal recente boom manifatturiero (+9% dell’export nel 2006 e +10% nel 2007) a dimostrazione del fatto che le imprese italiane hanno saputo vincere la sfida del mercato. E proprio commentando questi dati (si veda Il Sole 24 Ore del 30 maggio) un attento osservatore come Alberto Quadrio Curzio dell’università Cattolica di Milano sottolineava soprattutto la vitalità dei distretti industriali e la loro elevata potenzialità per il futuro, nonostante siano stati dati per spacciati già troppe volte.
Un esempio? La Finlandia, che ha lo stesso numero di abitanti dell’hinterland milanese, investe in ricerca sul Pil quattro volte l’Italia, secondo l’Ocse. Ma se andiamo un po’ più in profondità, emerge la posizione italiana che è leader assoluta nell’innovazione di processo, anche se non si può dire la stessa cosa per i prodotti. C’è inoltre da considerare che l’Italia è ai primissimi posti sia come produttore sia come consumatore di robotica e di tutta la meccanica strumentale e inoltre che moltissime delle nostre innovazioni sono del tipo “kaizen”, cioè incrementali a piccoli passi e che quindi non vengono conteggiate nei classici indicatori internazionali. Ma comunque esistono, come pure c’è una proliferazione dei campioni nascosti (”hidden champion”) che spesso sono leader a livello mondiale, anche se in nicchie di mercato a volte molto ristrette.
Approfondendo il rapporto Analisi dei settori industriali, realizzato congiuntamente da Intesa Sanpaolo e Prometeia (che proprio quest’anno festeggia i vent’anni di vita), si scopre che spesso gli indicatori grezzi non dicono tutto. Come ad esempio l’indice della produzione industriale. Nel grafico che pubblichiamo a fianco, gli studiosi hanno messo a confronto l’andamento Istat della produzione e l’effettivo fatturato dichiarato dalle aziende. In effetti i due andamenti si muovono all’unisono. Con un piccolo dettaglio. Che, mentre dal 1995 al 1998 le due linee sono esattamente sovrapposte, a partire dall’anno successivo gli andamenti si divaricano. In particolare, il fatturato effettivamente realizzato dalle imprese si stacca nettamente dall’indicatore produttivo.
Che cosa significa? Non che l’Istat sia inaffidabile, quanto piuttosto che il solo indice produttivo risulta insufficiente a dare una rappresentazione a tutto tondo. Forse è quello che è accdauto con «Il Pil che non fa la felicità» perché il Prodotto interno lordo «non riesce a misurare tutto». Questo tema, non secondario, viene adesso sollevato dal Rapporto settori.
In sostanza, al di là dei distinguo da studiosi, significa che l’industria italiana ha cambiato pelle. Oltre alle quantità riesce a piazzare sui mercati esteri sempre maggiori componenti di servizio (incorporate o no nel prodotto finito che vende all’estero) e questo spiega appunto l’accelerazione del fatturato. Dato statistico confermato dal fatto che il rallentamento dell’export, dove c’è stato, è risultato superiore in volume rispetto al valore.

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