SINGLE E CIBI ETNICI SALVANO LA TAVOLA

Nicola Dante Basile

Per l’industria alimentare italiana il 2007 non è stato un gran bell’anno, la produzione è arretrata dello 0,8% rispetto all’anno prima e la domanda ha accusato un vistoso segno meno dell’1,5% a volume. La situazione poteva andare molto peggio se non ci fosse stato il supporto positivo dell’export, la cui crescita del 7%, a 18 miliardi di euro, ha permesso, da un lato, di contenere le perdite del quadro complessivo e, dall’altro, di tenere alta l’immagine del made in Italy nel mondo.
Il presidente di Federalimentare Giandomenico Auricchio, che ieri ha partecipato all’inaugurazione del salone Cibus di Parma, segnala che in questo quadro tutt’altro che roseo «vi sono settori e ambiti di spesa che si stanno muovendo in controtendenza».
Illustrando le anticipazioni della ricerca su “nuovi consumi e nuovi mercati”, che verrà presentata oggi in occasione dell’assemblea della Federazione, Auricchio ha sottolineato il buon andamento dei consumi di ortaggi della cosiddetta IV e V gamma (prodotti lavorati confezionati e già pronti per il consumo), dei sostituti del pane, degli yogurt e dei dessert: prodotti la cui domanda è avanzata mediamente tra il due e quattro per cento.
Accanto a queste nuove aree merceologiche, il presidente degli industriali ha sottolineato il ruolo avuto da due nuove classi di consumatori. Vale a dire i sei milioni di single e tre milioni di immigrati. Nel primo caso «si tratta – ha spiegato Auricchio – di individui che rappresentano un nuovo segmento molto dinamico di consumo, che tende ad accentuare restringendo il campo di osservazione ai due milioni di single che ha meno di 45 anni di età». Quanto agli immigrati «si assiste sempre di più alla loro integrazione nello stile di vita italiano, con scelte che pur in presenza della contrazione dei consumi in generale, premiano i prodotti di marca».
Ma come s’è detto le soddisfazioni migliori arrivano dall’export. Al punto che i 18 miliardi di introiti ancorché crescere di valore aumentano di peso sul totale fatturato di settore, pari a 113 miliardi: 16% rispetto al 14% di appena due anni fa. E questo per il presidente dell’industria alimentare «ci avvicina agli altri Paesi europei più evoluti, la cui media del 18% è diventato un obiettivo a portata di mano per l’Italia».
In questo contesto assume un grosso significato il fatto che la domanda della Germania, da sempre maggiore importatore di cibi e bevande made in Italy, dopo anni di stagnazione nel 2007 sia tornata a crescere del 5 per cento. E tanto basta per fare sperare in meglio per il prossimo futuro. A questo si aggiunga la voglia delle imprese italiane di internazionalizzarsi sempre più. Obiettivo che secondo l’amministratore delegato di Inalca (gruppo Cremonini), Luigi Scordamaglia, «non è una prerogativa dei grandi gruppi, ma anche delle piccole e medie imprese. Il vero problema da risolvere è definire una strategia che permetta di andare insieme piccoli e grandi sui mercati esteri facendo sistema». Un esempio? La costituzione di Marr Russia, una piattaforma logistica gestita da Inalca e che distribuisce prodotti made in Italy in più di 1.300 ristoranti tra San Pietroburgo e Mosca.

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