PICCOLI “MONASTERI” ATTIVI NELLA RICERCA

Vito Di Bari

A cavallo dell’anno Mille, una gemma brillava nell’Europa medievale scossa dalle battaglie e dall’odio. Era l’abbazia di Cluny, nell’attuale Borgogna. A prima vista un semplice monastero fedele alla regola benedettina; di fatto, un ecosistema che generava ricchezza, sviluppo culturale e oculata gestione del territorio circostante.
A volte ripenso a come in quegli anni di guerre la cultura sia cresciuta e si sia diffusa, comunque e a dispetto dei tempi. In modo un po’ discreto, a dire il vero, tanto che ancora oggi si parla di un’età buia per definire quegli anni. Ma buia del tutto non lo era, perché bastava varcare le porte di un monastero cistercense o cluniacense per scoprire che scienza e cultura venivano coltivate gelosamente e assertivamente.
Mi capita di ripensarci soprattutto quando mi trovo a comparare i dati dello stato (misero) della ricerca in Italia e della (straordinaria) vitalità dell’innovazione delle nostre Pmi. Perché, nonostante la disattenzione congenita nel Sistema Paese al supporto dell’innovazione nelle Pmi, questa innovazione avviene. Potete immaginare con quale piacere ho accolto i risultati di un’indagine, appena presentata da Confartigianato e Censis, che dimostra appunto questa teoria. Lo studio si chiama “Fare innovazione senza Ricerca” e punta il dito contro chi la ricerca (quella con la R maiuscola) non la mette a disposizione della crescita delle piccole imprese, che invece continuano a innovare tanto, comunque e a dispetto dei tempi. Ed è un po’ come ritrovarsi a un tratto alla svolta dell’anno Mille.
Vediamo alcuni dati. Il 50% delle Pmi italiane dichiara che l’innovazione più importante realizzata negli ultimi anni deriva da ricerca svolta internamente, il 3% da rapporti con le università o enti esterni. Il 70% delle innovazioni autogenerate si traduce in vantaggio competitivo, incassabile. Ma non basta: ciò che soprattutto mi sorprende è che il 72,5% delle Pmi questa ricerca se la fa solo con soldi propri e che, fatti bene i conti, questo investimento corrisponde in media a circa il 20% dei costi. Non male come propensione al rischio, e come latitanza del Sistema Paese.
Ecco, la prossima volta che qualcuno cercherà di gabellarvi che in Italia le Pmi rischiano e innovano poco, consigliategli la lettura di un buon libro sui monaci cluniacensi e dello studio “Fare innovazione senza Ricerca”, da leggere a fronte. E ricordategli che queste piccole imprese italiane non solo si caricano sulle spalle tutti i rischi dell’investire in ricerca ma che, non supportate da interventi strutturali, devono farsela tutta in casa. Con tante insopportabili ridondanze, che depauperano il tasso di competizione del Paese. E che queste imprese hanno persino successo e creano valore economico, che poi diventa però valore economico per il Sistema Paese. Che latita, intanto, e spende altrove.

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