NON C’E’ SVILUPPO SENZA IDENTITA’

di Cesare Peruzzi

È in crisi la società, non l’economia. Per Giacomo Becattini, 81 anni, uno dei massimi studiosi del nostro sistema industriale, se l’Italia arranca le cause vanno ricercate soprattutto nel progressivo scollamento del Paese. Nel suo ultimo libro, Il calabrone Italia, Becattini “salva” i distretti industriali e il modello produttivo basato sulle piccole imprese. In questa intervista, arriva a imputare le modeste prospettive del Pil alla disgregazione dell’identità nazionale.

È preoccupato per il futuro dell’Italia?

Certo che lo sono. Il dato dominante mi pare lo sfascio sociale. Non è solo l’aumento della distanza fra ricchi e poveri, quanto un generale senso di deresponsabilizzazione comune a tutti i ceti. La distanza fra il senso civico dei cittadini italiani e quello dei principali partner europei sta raggiungendo livelli imbarazzanti. Rispetto alle quotazioni dell’Italia come Paese civile, le sue quotazioni come competitore commerciale sono relativamente buone.

Cosa intende dire?

Non è la struttura industriale italiana a causare le difficoltà sociali, ma, al contrario, è la disintegrazione sociale ad appesantire e condizionare lo sviluppo della nostra industria. Questo non è ottimismo sulle prospettive dell’industria italiana, ma pessimismo sul futuro sociale e politico del nostro Paese.


Nei distretti industriali mica sono tutte rose e fiori…

Le difficoltà toccano anche i distretti, che però reagiscono con vari aggiustamenti (internazionalizzazione, aggregazioni) che, talvolta, ne modificano la logica di funzionamento. Ma, tutto considerato, non si può certo dire che le aree distrettuali soffrano le difficoltà del periodo più della altre. Anzi.


Nessun declino, dunque?

La previsione di un declino del nostro export, ripetuta regolarmente da trent’anni a questa parte, tarda a verificarsi. Frattanto il surplus commerciale prodotto dal made in Italy basta e avanza a pagare la salata bolletta energetica. È evidente che c’è qualcosa di sbagliato nel ragionamento dei critici del modello di sviluppo italiano.

Per esempio?

Anzitutto le sorti del made in Italy dipendono dai grandi mutamenti culturali non meno che dalla concorrenza di prezzo. Per le cucine di Pesaro, una modificazione della filosofia dell’abitare che riduca il ruolo della cucina sta all’ingresso di nuovi concorrenti come uno tsumani sta a una sciroccata. Il ragionamento vale, mutatis mutandis, per l’abbigliamento e l’alimentazione.

A prescindere dalle dimensioni delle imprese?

In questi ultimi anni, abbiamo visto una ripresa delle tesi sull’importanza decisiva della grande impresa nello sviluppo italiano. Confondendo alcuni successi della vera grande impresa (ad esempio l’ultima Fiat) con le fortune di alcune centinaia d’imprese medio-grandi (multinazionali tascabili), è tornato al proscenio il noto principio di asimmetria, secondo cui la grande impresa potrebbe fare ciò che fa la piccola impresa, ma non viceversa. Il discorso sarebbe lungo, ma può bastare un’osservazione a mettere una pulce nell’orecchio dei festanti grandindustristi. La maggioranza delle medie imprese di successo - che costituiscono il grosso del fenomeno - proviene dai distretti industriali, e se ne alimenta. Non è facile determinare - e nessuno ha finora tentato di farlo - quanta parte del successo delle nostre multinazionali tascabili è dovuto al loro radicamento distrettuale e quanta alla loro dimensione. Non dico altro.


Il modello distrettuale ha dunque un futuro?

Gli studi esistenti non bastano a dimostrare la tesi, cara a molti economisti e ripetuta un po’ pappagallescamente da molti giornalisti e politici, che i guai dell’economia italiana derivano tutti dal nanismo delle imprese e dai distretti industriali che lo coltivano, né dal tipo di prodotti esportati dall’Italia. Questa tesi confonde le cause con gli effetti.

Dica lei la ricetta giusta…

Se il settore di punta della nostra industria esportatrice è la meccanica - parte non esigua della quale, d’altronde, produce macchine proprio per i settori del made in Italy, abbiamo - proprio nel cuore del nostro sistema produttivo - un “sistema di attività interrelate”, che va dal turismo, ai beni per la persona e per la casa, per culminare nella meccanica, che costituisce - piaccia o meno - il motore produttivo dell’economia italiana. Le azioni dovrebbero essere conseguenti.

Cioè?

Dal punto di vista strettamente economico, invece di inseguire improbabili farfalle high tech, e salti qualitativi, tanto belli sulla carta quanto difficili nella pratica, si prenda atto della realtà prima descritta, nient’affatto casuale, foggiatasi, d’altronde, in più di mezzo secolo di scambi internazionali sempre più liberi. Si difenda e si promuova all’estero l’immagine della duttilità e creatività del nostro artigianato industriale, basi indispensabili dei nostri successi commerciali. Si favorisca e aiuti, con mano leggera, non invasiva, una forma di convivenza sociale e organizzazione produttiva come il distretto industriale, che si è dimostrata congeniale al carattere di tanta parte delle nostre popolazioni, e che - ove funzioni a regime - vi è motivo di pensare che produca più benessere percepito e più coesione sociale - di cui abbiamo grande bisogno - di altre forme. Si aiuti, infine, secondando, integrando e indirizzando, senza forzare la mano, lo sviluppo spontaneo della meccanica, che costituisce il funicolo ombelicale fra le nostre propensioni artigiane più radicate e le meraviglie del progresso scientifico-tecnico.

Potrà bastare?

La politica industriale di un Paese complesso come il nostro, con la sua storia e la sua collocazione geografica, non può fermarsi qui, ma le cose che ho detto dovrebbero esserne l’asse portante. A queste condizioni, io credo, il calabrone Italia può continuare a volare, anche in un cielo globalizzato. Sempre che la situazione mondiale, politica ed economica si rassereni e si riesca a invertire la tendenza alla disgregazione sociale e politica del Paese, che sta, purtroppo, attaccando anche le parti più coese d’Italia. Ma questo è tutt’altro discorso, e io non saprei proprio da che parte affrontarlo.

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