L’ANNO SABBATICO FA BRECCIA

di Andrea Carli
Lanno sabbatico? Sulla carta, ossia nelle leggi, c’è. Anche in Italia per favorire l’aggiornamento professionale dei manager. In pratica sta solo muovendo i primi passi. Cercando di prendere la ruota dei Paesi anglosassoni, da sempre all’avanguardia nella flessibilità del lavoro e nei metodi avanzati di formazione.
Potrebbe essere l’ennesima moda importata dagli Stati Uniti, dopo il rock and roll, il lula hoop, il frisbee. In Italia quella di ricorrere all’anno sabbatico è ancora una pratica poco diffusa tra i manager. Anche tra chi appartiene alla generazione dei baby boomer stenta a decollare. Il problema è in primo luogo culturale. C’è il timore di passare da una situazione caratterizzata da grandi certezze a un’altra che, per quanto di durata limitata e a termine, è profondamente aleatoria. Nel mondo anglosassone invece la soluzione non solo è molto più in voga, ma viene vista di buon occhio dalle stesse aziende, talvolta anche agevolata.
«Negli Stati Uniti – spiega George Faulkner, responsabile dell’ufficio di Princeton, in New Jersey, di Mercer, società che fa consulenza nel settore delle risorse umane e dell’investment consulting – sono soprattutto le imprese che operano in settori ad alto contenuto tecnologico a prevedere quella che a tutti gli effetti è una forma di incentivazione, il cui scopo ultimo è accrescere la produttività dei dipendenti. Gli addetti ai lavori fanno i nomi di Cisco, Intel, Hewlett-Packard, Google, Accenture. Per chiedere il “sabbatical year” basta avere cinque anni di servizio alle spalle». Il fenomeno ha radici profonde anche nel Regno Unito, come testimonia il collega di Faulkner da Londra, Kevin Deed: «Lanno sabbatico – afferma – dà ai manager la possibilità di prendersi una pausa dal lavoro per fare un viaggio o un’esperienza di studio, facendo affidamento su uno stipendio che è leggermente inferiore. Quando ritornano le persone sono più motivate e, di conseguenza, produttive». Secondo un report del 2007 della Cbi (Confederation of british industry) – si veda box a fianco – in Gran Bretagna il 37% delle aziende ha elaborato politiche di incentivazione dell’anno sabbatico, contro un 20% di quattro anni fa. Alcuni staccano la spina per fare attività di volontariato all’interno di organizzazioni non profit, altri semplicemente per viaggiare.
In Italia i casi di manager che optano per lanno sabbatico sono ancora isolati. Il sistema delle regole di certo non aiuta: l’articolo 5 della legge numero 53 dell’8 marzo 2000, unica fonte normativa, prevede che possano chiedere lanno sabbatico, della durata massima di 11 mesi (bonus da giocarsi nel corso dell’intera carriera lavorativa) solo i lavoratori con almeno cinque anni di servizio. Questo tipo di congedo per motivi di formazione è comunque un periodo non retribuito, che non può essere cumulato con l’anzianità di servizio né con ferie, malattia o altre forme di congedo (maternità o paternità). Il lavoratore ha comunque la certezza di ritrovare al ritorno un posto di lavoro. Da parte dell’azienda, la logica è: te ne puoi andare, io ti aspetto. Lanno sabbatico non gode della copertura previdenziale (è previsto il riscatto ai fini pensionistici) anche se il dipendente ha la possibilità di avere un anticipo del Tfr per sostenere le spese. Chi lo chiede ha anche l’obbligo di giustificare la richiesta con la necessità di accrescere le proprie competenze professionali. L’azienda non è tuttavia tenuta ad accettare la domanda del dipendente. Il risultato è che dalle nostre parti pochi manager hanno guardato in questa direzione. Ma in futuro le cose potrebbero cambiare: «Con l’allungamento di una decina di anni della vita manageriale – è il ragionamento di Renato Boniardi, 56 anni, partner Gea – il sabbatico potrebbe diventare una soluzione quasi fisiologica, considerata anche la tensione crescente che contraddistingue il posto di lavoro». Le barriere che si frappongono a uno sviluppo di questa pratica sono di tipo culturale, sia dalla parte dei manager sia da quella delle aziende: «I primi si pongono la fatidica domanda: una volta rientrato, quale ruolo mi spetterà? Le imprese invece frenano perché non hanno a disposizione la risorsa con cui sostituire chi si assenta per un anno».
In ogni cosa c’è sempre una piacevole eccezione, che di fatto conferma la regola. È il caso di Alberto Di Stefano, milanese, classe 1971. Una laurea alla Bocconi, nel 1999 è entrato nella divisione Corporate finance di UniCredit Banca dove ha lavorato fino al 2005, quando ha ritenuto opportuno mollare temporaneamente il lavoro per circumnavigare il mondo in barca a vela. Da quell’esperienza è venuto fuori anche un libro edito da Feltrinelli (Il giro del mondo in barcastop), «il resoconto di un anno di viaggio all’insegna dell’improvvisazione» si legge nella presentazione di copertina. Oggi Di Stefano è tornato al suo vecchio posto di lavoro: «Sono partito ben sapendo che il rischio di perdersi, di cambiare del tutto vita era alto. Sapevo che dovevo assolutamente darmi un inizio e una fine, che è poi la logica che sottende a qualsiasi progetto. Sapevo che sarei rientrato nel mondo del lavoro. Alla fine, tra viaggio e scrittura del libro, sono rimasto fuori dai giochi un anno e mezzo».
Alla base della decisione di passare un anno sabbatico, il desiderio di cambiare, di dare una sferzata a una poco stimolante routine: «Era un momento in cui avvertivo l’esigenza di cambiare lavoro. Non sapevo se, una volta ritornato dal giro del mondo in barca a vela, sarei tornato a lavorare nello stesso posto».
Anche se alcuni fattori giocavano a suo favore: «Allora era il periodo del boom dei derivati: ero certo che non avrei avuto grandi difficoltà a trovare un altro impiego. Fra un anno, mi dicevo, sarò comunque una persona diversa». Una scelta del genere comporta anche molti punti interrogativi. La sicurezza di ritrovare il posto di lavoro è uno, ma non è il solo: «Mi sono detto: sicuramente perderò terreno in termini di carriera. Ero convinto che nel frattempo molti giovani mi avrebbero superato. Cosa che puntualmente si è verificata».

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