CINDIA, I FORZATI DEL “GO GLOBAL”

di Paola Bellabona e Francesca Spigarelli

Internazionalizzarsi. Termine alla moda e must delle economie avanzate negli anni recenti, ora decisa realtà che si sta consolidando nelle economie a forte crescita, i cosiddetti Brics. Un processo completo: crescita delle esportazioni, aumento degli investimenti diretti in entrata e, sempre più, anche investimenti diretti all’estero. Lo dimostrano i dati. Ancora limitata la quota dei Brics sugli stock degli investimenti mondiali così come sui flussi (2,6% e 5,9% nel 2006 rispettivamente). A destare maggiore interesse, e contemporaneamente un certo timore, sono le due economie orientali: Cina e India. Molteplici i motivi: il numero crescente di progetti greenfield e di M&A, la percezione di una elevata distanza culturale, il forte e costante tasso di crescita attuale ed atteso, il grande peso demografico. A questo si aggiungono la contiguità geografica e la possibilità di alleanze economiche in grado di superare le storiche frizioni politiche.
Sinopec acquisisce la russa OAO Udmurtneft nel settore energetico (44a operazione mondiale di M&A per valore nel 2006); China Ocean Shipping investe in porti in Egitto; China Railway Construction in ferrovie in Nigeria e Filippine; China Minsheng Bank prossima ad investire nell’American United Bank. Queste alcune recenti operazioni cinesi estere, mentre sul fronte indiano il colosso del software Wripo fa shopping in Usa di aziende Ict, tra cui Infocrossing. La farmaceutica Nicholas Piramal annuncia il potenziamento dei propri investimenti produttivi in Inghilterra. Tata Motor è scelto come interlocutore privilegiato da Ford per la cessione di Land Rover e Jaguar, mentre Tata Steel acquisisce il produttore d’acciaio anglo-danese Corus Group, risultando in assoluto la seconda più grande M&A da un Paese emergente. “Diventare globali” è ormai un imperativo di sviluppo.
La ricetta cinese
Il Go Global, in Cina, inizia nel 1979 con tappe graduali, per essere lanciato ufficialmente nel 2000. Sostenuto negli anni successivi con continui interventi agevolativi, non solo finanziari e fiscali, il Paese chiude il 2006 come sesto investitore delle economie emergenti. Nell’autunno 2007 prende il via una fase più aggressiva, con il Chinese Investments Corporation, fondo governativo con dotazione iniziale di 200 miliardi di dollari da investire sia nei Paesi sviluppati (per acquisire competenze manageriali, khow how, R&D, marchi e tecnologie), sia in Africa e Sudamerica (per rispondere alla crescente necessità di risorse naturali). Al continente africano anche i 5 miliardi di dollari del China-Africa Development Fund.
Per il 2008 i cinesi rilanciano la promessa: «Integreremo meglio le nostre strategie “bring in” e “go global”, innoveremo il nostro modo di investire all’estero, sosterremo le nostre imprese in operazioni internazionali di ricerca, produttive e distributive, accelereremo la crescita di imprese cinesi multinazionali e di marchi cinesi all’estero». Parole di Hu Jintao al 17° Congresso del Partito, che si riflettono nel Blue Paper for Chinese Enterprises Going Global. Il recente documento pone l’obiettivo di ridurre a circa 20 miliardi di dollari il divario fra i flussi di Ide in entrata e in uscita, attraverso l’implementazione di un sistema normativo, finanziario, assicurativo e di intermediari di servizi in grado di sostenere le imprese cinesi all’estero.
La via indiana
Con caratteristiche diverse, il passaggio globale dell’India parte da lontano. Del 1964 è il primo investimento del Gruppo Birla in Africa, mentre risale al 1969 la pubblicazione delle prime Linee guida per gli investitori indiani. Unico strumento di internazionalizzazione le joint venture di minoranza. Con politiche più trasparenti ma ancora restrittive, dal 1978 si comincia a investire nelle vicine economie emergenti asiatiche (Indonesia, Malaysia, Thailandia e Singapore) e africane (Kenya e Nigeria), in una logica di cooperazione Sud-Sud. Protagoniste sono le grandi imprese a controllo familiare, nel manifatturiero (ingegneria leggera, tessile, farmaceutico e parafarmaceutico), alberghiero e trading. Solo nei primi anni 90 si registra una svolta negli investimenti esteri, grazie a una progressiva politica di liberalizzazione economica: protagonisti i servizi non finanziari.
Questo l’aspetto che ha maggiormente differenziato il percorso dell’internazionalizzazione attiva di Cina e India. Sono le imprese dell’Ict, della comunicazione e del software, di media e pubblicità, dei servizi legati a turismo, alberghiero e ristorazione a conquistare i mercati avanzati, Nord America ed Europa in particolare. Settori e destinazioni si modificano, così le aziende protagoniste e le modalità di conquista dei mercati esteri. Con una prima joint venture in Inghilterra nel 1993, sulla scena compaiono anche le medie imprese. Le politiche governative consentono di effettuare investimenti diretti al 100%, anche via acquisizioni. Formula, questa, che dal 2000, anno in cui Tata acquisisce l’azienda inglese Teatly Tea, diventa la preferita dagli indiani. Da allora più di 300 operazioni registrate, in prevalenza nelle industrie Ict, farmaceutica, automotive e chimico, per un valore stimato di 20 miliardi di dollari.
Pur sottolineando che la politica go global indiana è ancora a uno stadio intermedio, gli esperti evidenziano il crescente ruolo dell’India quale investitore globale. Il valore stock degli Ide è cresciuto di quasi 17 volte negli ultimi 10 anni. Nel 2006 i flussi in uscita sono quadruplicati rispetto al 2005 e nei primi due mesi del 2007 hanno superato l’intero ammontare dell’anno precedente.
Sistematicità e progressivo rafforzamento delle azioni governative la forza cinese. Deboli competenze manageriali per affrontare le sfide della globalizzazione, il principale punto critico delle nuove multinazionali di Pechino. Al contrario l’India, pur in assenza di una politica coordinata e a 360° di internazionalizzazione, ha grandi imprese familiari private e medie imprese, che forti di vantaggi competitivi in settori ad alta complessità e intensità tecnologica, si spingono sui mercati internazionali.

Un commento a “CINDIA, I FORZATI DEL “GO GLOBAL””

  1. Commento di: Allan | 10/03/2008 alle ore 06:07

    Aside from Russia, are there any European economies that could achieve hyper growth?

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