SMART IDEA.
Smart - Personalizzazione.

di Andrea Carli
L‘anno sabbatico? Sulla carta, ossia nelle leggi, c’è. Anche in Italia per favorire l’aggiornamento professionale dei manager. In pratica sta solo muovendo i primi passi. Cercando di prendere la ruota dei Paesi anglosassoni, da sempre all’avanguardia nella flessibilità del lavoro e nei metodi avanzati di formazione.
Potrebbe essere l’ennesima moda importata dagli Stati Uniti, dopo il rock and roll, il lula hoop, il frisbee. In Italia quella di ricorrere all’anno sabbatico è ancora una pratica poco diffusa tra i manager. Anche tra chi appartiene alla generazione dei baby boomer stenta a decollare. Il problema è in primo luogo culturale. C’è il timore di passare da una situazione caratterizzata da grandi certezze a un’altra che, per quanto di durata limitata e a termine, è profondamente aleatoria. Nel mondo anglosassone invece la soluzione non solo è molto più in voga, ma viene vista di buon occhio dalle stesse aziende, talvolta anche agevolata. Continua a leggere »
Maria Bianucci
Da questa settimana, con cadenza quindicinale, Maria Bianucci racconterà in «Footprint» (impronta ecologica) aziende e persone che sperimentano soluzioni ecosostenibili o ispirate alla responsabilità sociale Che la maggior parte dei rifiuti solidi che produciamo sia rappresentato dagli imballi di ogni dimensione lo verifichiamo tutti i giorni. Ma non è stato questo il punto di partenza di Massimo De Santis, varesino, allora non ancora quarantenne. Eravamo nel ‘99. Responsabile acquisti della Whirlpool, dopo un’esperienza nel gruppo Agusta, gli accadde di scoprire in una normale riunione su logistica e packaging quanta rilevanza avessero i danni da trasporto. «Fu uno choc in piena regola. Avevo investito gli ultimi dieci anni della mia vita professionale nella qualità del prodotto e nel contenimento dei costi, per poi arrivare sul mercato danneggiati in partenza da un fattore del tutto estraneo al core business. Dall’imballaggio». Continua a leggere »
Luca Davi
Brionvega, 500, Mini. Ma anche Abarth e Sèleco. Sono alcuni dei marchi che hanno segnato la vita degli italiani dal dopoguerra ad oggi. Brand importanti che, dopo un periodo di appannamento anche lungo, hanno ritrovato la strada del successo. Non tutti in egual misura, perché scalare di nuovo la vetta della fama non è cosa semplice. Anzitutto, spiegano i consulenti di brand, ci vuole una grande capacità di analisi del mercato, poi occorre sperare che la tipologia di prodotto incontri ancora i favori del pubblico e in ultimo bisogna mettere in conto il riposizionamento del marchio, quasi sempre indispensabile. Ma spesso i consumatori sembrano apprezzare l’operazione nostalgia. Forse perché, spiega Marco Andolfato, pubblicitario e socio dell’agenzia “Le Balene”, «in un epoca di forte frammentazione dei consumi, abbiamo bisogno di farci raccontare belle storie, di assaporare messaggi e valori condivisi che i marchi di grande successo conservano». Continua a leggere »
Vincenzo Chierchia
«Dobbiamo realizzare un patto di filiera per raffreddare i prezzi dei prodotti di largo consumo, altrimenti rischiamo che la situazione vada fuori controllo». Dario Rinero guida la filiale italiana di Coca Cola Hbc, ed è presidente di Indicod-Ecr, l’istituto che gestisce il codice a barre e raggruppa oltre 30mila imprese tra industriali e commerciali. «E Indicod-Ecr è il luogo più opportuno – aggiunge Rinero – per far sì che le tensioni tra industria e distribuzione vengano stemperate, ma soprattutto è l’ambito in cui si può collaborare per far scendere in maniera condivisa la febbre dei prezzi». Continua a leggere »
Luca Davi
Un gigante bicefalo, che con una testa impartisce le coordinate a livello globale e con l’altra le riadatta al contesto locale. Sono le multinazionali, brand come Adidas e Coca-Cola, che dai loro headquarters lanciano prodotti e campagne pubblicitarie comuni per i mercati di tutto il mondo, salvo poi declinarli secondo i gusti dei singoli Paesi in nome della «glocalizzazione».
Per le big companies sportive, ad esempio, il grado di libertà può essere anche ampio. «Benché lo sport sia percepito nel mondo come un linguaggio universale, valido a tutte le latitudini, il modo di fruirne cambia da una nazione all’altra - spiega Paolo Guenzi, docente di marketing all’università Bocconi di Milano -. È un fatto di cultura nazionale, che spinge i consumi verso alcuni sport piuttosto che altri e che costringe gli operatori del settore ad agire di conseguenza. Spesso poi, anche su capi dello stesso sport, pesano mode e trend locali da cui non si può prescindere». Continua a leggere »
Micaela Cappellini
L’Italia sorride, per un bilancio 2007 delle esportazioni che ha chiuso a +9,7 per cento. Ma al suo interno, i costruttori di macchinari hanno riso di più. Per loro l’annata è stata di quelle da record, con l‘export che ha messo a segno un più 41,6%, per un controvalore di 2,450 miliardi di euro. Ed è con queste cifre che si aprirà mercoledì 5 marzo la nuova edizione del Samoter, il salone internazionale triennale delle macchine movimento terra, da cantiere e per l’edilizia di Veronafiere.
A decretare il successo del made in Italy all’estero restano i Paesi dell’Europa a 27, dove esportiamo il 41% di tutti i macchinari per costruzioni. Ma nella top 15 delle destinazioni 2007 ci sono interessanti novità: «Al terzo posto, dietro Stati Uniti e Francia, troviamo il Congo, dove abbiamo esportato macchinari per 106 milioni di euro», spiega Luca Turri, presidente dell’associazione di settore Ucomesa, che a Verona presenterà i dati del preconsuntivo 2007. Continua a leggere »
di Paola Bellabona e Francesca Spigarelli
Internazionalizzarsi. Termine alla moda e must delle economie avanzate negli anni recenti, ora decisa realtà che si sta consolidando nelle economie a forte crescita, i cosiddetti Brics. Un processo completo: crescita delle esportazioni, aumento degli investimenti diretti in entrata e, sempre più, anche investimenti diretti all’estero. Lo dimostrano i dati. Ancora limitata la quota dei Brics sugli stock degli investimenti mondiali così come sui flussi (2,6% e 5,9% nel 2006 rispettivamente). A destare maggiore interesse, e contemporaneamente un certo timore, sono le due economie orientali: Cina e India. Molteplici i motivi: il numero crescente di progetti greenfield e di M&A, la percezione di una elevata distanza culturale, il forte e costante tasso di crescita attuale ed atteso, il grande peso demografico. A questo si aggiungono la contiguità geografica e la possibilità di alleanze economiche in grado di superare le storiche frizioni politiche. Continua a leggere »