DISTRETTI INTANGIBILI

E’ morto il distretto, viva il distretto. Il capitalismo distrettuale, quello molecolare, che tanto gli stranieri avevano invidiato all’economia italiana (quello consacrato dai ricercatori del Mit Sabel e Piore, per intenderci) deve cambiare decisamente pelle. La competizione globale impone infatti un diverso sistema produttivo locale rispetto al passato. E non serve, adesso che le cose sembrano andare meglio, enfatizzare la retorica dell’antideclino: è vero che c’è un’italia che ce la fa, che sta sperimentando, che è riuscita nel 2006 e nel 2007 ad aumentare le esportazioni verso la Cina e la Russia. Ma il volo del calabrone di passata memoria, che era riuscito a sottrarre l’industria borghigiana dal trend recessivo, si è definitivamente inceppato e il localismo ha dimostrato le sue debolezze, che di fatto rappresentano in scala i problemi dell’economia italiana. E nemmeno gli animal spirits imprenditoriali sono riusciti a tenere testa, rinunciando spesso al loro compito shumpeteriano per ripiegare sui processi di rendita finanziaria e immobiliare.
Serve invece una forte discontinuità ed un robusto turnaround del distretto, facendo giocare al territorio un altro ruolo rispetto alle ultime decadi del Novecento. E questo è anche il teorema dell’ultimo libro di Giacomo Beccatini, padre teorico dei distretti economici italiani, recensito da Massimo Mucchetti proprio su queste colonne lenudì scorso.
Ma qauli sono le ragioni per cui la formula originaria dei 200 raggruppamenti settoriali è usurata?
In pratica i distretti, cresciuti con la vocazione di subfornitura, hanno basato il loro sviluppo sulla fase manifatturiera della filiera, trascurando le fasi a monte (invenzione e valorizzazione delle idee) e a valle (commercio, marketing, logistica, distribuzione), non facendo leva sul potere del mercato con reputazioni e marche collettive distintive.
E’ stato un distretto frammentato in processi troppo atomizzati, che ha impedito l’accumulazione di conoscenze e la crescita dimensionale. Inibendo di fatto le voglie e i timidi accessi di diversificazione. E’ stato anche un distretto autoreferenziale, chiuso in se stesso, poco permeabile alle collaborazioni esterne e internazionali. La famosa strategia delle punture di spillo (fervida immagine di De Masi) con cui le imprese locali rovesciavano lo slogan Think global, act local in Think local, act global non ha mai portato le imprese del territorio a ricercare input professionali davvero di origine planetaria. E alla fine il patrimono cognitivo del contesto è rimasto provinciale: qui la produzione di scarponi,  e di soli scarponi; lì la produzione di sedie, e di sole sedie. Ma ciò che ha bloccato davvero l’emancipazione culturale del distretto e che ha mancato un ciclo di rinnovo del know-how distintivo è stata la fatica di cogliere la deriva postindustriale. Un secolo di fordismo e di ciminiere ha reso difficile per l’imprenditoria l’evoluzione verso l’intangibile del marcato, dove i prodotti e i servizi si traformano, incorporando sempre di più una parte preponderante di utilità immateriale e di evocazione simbolica.
Ciò può essere affrontato solo con un territorio dove il pensiero moderno si sa trasformare in postmoderno e dove la competenza industriale viene fertilizzata da una dorte capacità terziaria (negli imprenditori e nei dipendenti, ma anche nei commercialisti e nei notai…).
Un nuovo distretto economico che passa quindi per un “guado” contemporaneo, dove le nuove idee, la creatività, l’inventiva , la capacità di applicare le dinamiche knowledge-based costituiscono l’unica fonte di vantaggio comparato di lungo periodo. Più cervello per le mani allora nei localismi italiani. E anche più educazione, meglio se internazionale. Quanti studenti Erasmus lavorano a Castelgoffredo? E qaunti a Carpi, a Valdobbiadene o a Santeramo in Colle?
E’ sul territorio, e in particolare sulla trasformazione del territorio, che bisogna scommetter, facendo crescere le indentità collettive di ambizione e di scale dimensionale.
In questo passaggio storico c’è una sostanzile cambiamento della politica industrialem che trasforma le economie locali da “eredità” a “progetto”. I distretti non vengono più solo intesi come elementi storioco-geografici della realtà economica del Paese. I territori non sono più solo natura spontanea e autorganizzata. Con il nuovo buisness model essi vengono pensati e agiti come strumenti di politica per l’innovazione.
Come dicono gli urban studies, dove l’urbanistica si mescola all’economia regionale e alla sociologia delle professioni, il futuro è nelle mani del territorio illuminato, guidato e pianificato in modo consapevole, abile a rinnovare il proprio patrimonio di conoscenze, a partire da un ripensamento della creatività 

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