LA SVOLTA DELL’EUROPA: «IL PIL NON DICE TUTTO SULLA QUALITA’ DI VITA»
Lo sviluppo di un Paese si misura anche secondo, altri parametri: dall’inquinamento ai livelli di istruzione
Uno può essere ricco, nutrirsi a crepapelle, comprare vestiti firmati, e riempire poi di avanzi e polvere la propria casa, sprecare l’acqua, lasciar morire il giardino: cosi procurandosi dei malanni e alla fine vivendo male, nonostante il buon conto in banca. Che non sempre corrisponde a una buona qualità di vita, a una salute di ferro e rosee prospettive future. Se alla frase «conto in banca» si sostituisce la siglia Pil o prodotto interno lordo, e se al posto di quell’inquilino si mette un Paese del nostro continente, si può comprendere meglio il messaggio arrivato ieri dal palazzo della Commisione Europea, dalla conferenza internazionale sul tema «Oltre il Pil» . Detto in soldoni, la sorte dell’inquilino incosciente è più o meno quella che sta toccando all’Europa, da 30 anni: Paesi premiati da una costante crescita economica, ma anche minacciati dall’eccessivo sfruttamento delle risorse ambientali, dai consumi incontrollati e anche dal rischio di un calo della qualità complessiva della vita, almeno in prospettiva; tutte notizie in chiaroscuro che il Pil - ideato dopo la grande depressione del 1929, in epoche lontanissime dalle nostre - spesso lascia in ombra. Da qui, l’impegno dell’Unione Europea: trovare un nuovo indicatore che, assieme ai soliti dati di sviluppo economico, consideri anche altri fattori come l’impatto dell’inquinamento, i livello di istruzione o di aspettativa di vita, e così via «O anche - come spiega il Commissario europeo all’ambiente, Stavros Dimas - fattori come il lavoro volontario, che solitamente non rientrano in certe statistiche. I nuovi indicatori dovrebbero poi servire ai politici. E un primo modello «Oltre il Pil» dovrebbe già essere operativo nel 2009. Anche se, ammette Dimas, si tratta di un «lavoro difficile, di studi già avviati da molti anni. In questo lavoro, uno dei criteri più rivelatori è quello elaborato per la Ue dal Wwf, il Fondo mondiale della natura: e consiste nel mettere a confronto l’«Impronta ecologica» di un Paese con il suo Pil e con il suo «Indice di sviluppo umano». l’«Impronta» è una sorta di metro che misura quante e quali pressioni una certa popolazione esercita sull’ambiente in cui vive - per procurarsi le risorse che usa e per assorbire i rifiuti che produce. Invece l’indice di sviluppo umano o «Hdi» si basa sulle aspettative di vita, il Pil, i livelli di istruzione ed educazione. Un Hdi superiore alla cifra 0,8 è considerato «alto», e quando l’Hdi sale (in Italia è passato dallo 0,84 allo 0,93 nel 1975-2003), sale anche l’«Impronta» (in Italia da 2,57 a 4,15): ma vivere e consumare al di sopra delle proprie possibilità, può essere pericoloso. L’Europa in crescita esige un prezzo sempre più alto dal benessere complessivo del pianeta: «Se tutti gli abitanti del mondo vivessero come gli europei, ci vorrebbero più di due pianeti e mezzo per provvedere le risorse necessarie, assorbire i nostri rifiuti, e lasciare qualche capacità di vita alle specie selvatiche». E se l’Europa non saprà guardare oltre le griglie del Pil, non potrà mantenere «la sua competitività e gli stili di vita dei suoi cittadini presenti e futuri» , senza far pagare tutto alle sue terre, ai suoi mari. Ma anche al clima planetario: proprio ieri, qui a Bruxelles, il Nobel della Fisica Carlo Rubbia ha avvertito che «l’anidride carbonica ha una vita media nell’atmosfera di 35 mila anni, e ogni secondo nascono sulla terra 3 bambini; abbiamo verso di loro, verso i nostri figli e nipoti, una responsabilità straordinaria».