21/11/2007

INNAMORATI DELLE FIERE

Breve storia dei meeting commerciali dal 1967 a oggi, e del loro inarrestabile successo – Andarci è diventato un ottimo modo per divertirsi e informarsi, anche senza comprare

Angela Vettese

Una diffusa ipocrisia vuole che l’arte visiva non abbia nulla a che vedere col denaro e che questo sia entrato di recente, di soppiatto, con il gusto del lusso postmoderno, nei meandri della creatività. Chi vuole dimenticare che dall’antichità i grandi affreschi, le pale d’altare o i ritratti sono stati commissionati e pagati, con contratti attenti all’ultimo soldo sia da parte di chi comprava sia di chi li faceva, ovviamente non sopporta le fiere d’arte. Più delle mostre pubbliche e più delle gallerie private, che si mascherano da piccoli musei, forse più ancora delle aste che si svolgono in luoghi chiusi e che, nonostante la notorietà di alcuni record di aggiudicazione, risultano invisibili e misteriose, sono appunto le fiere a irritare di più.
Con i loro labirinti di stand, infatti, con la loro ostensione di opere allestite non proprio alla rinfusa, ma certo con la cura che si avrebbe nel sacro bianco dei musei, con la loro dimensione provvisoria che cozza contro l’idea che un’opera d’arte sia “per sempre”, le fiere lasciano intravedere un backstage poco poetico, fatto di scambi, di negoziati, di assegni qualche volta anche a vuoto o postdatati. Eppure questi mercati del lusso, così sfacciati e così ingenerosi con ciò che vendono – in definitiva un’opera è pensiero visualizzato e cosa mentale oltre che fisica – hanno molto da dire anche a chi le considera impudiche.
La loro storia è recente e incomincia nel 1967, a Colonia, quando diciotto gallerie d’avanguardia si misero d’accordo per costruire un meeting commerciale in cui, però, fosse possibile proporre anche opere di natura sperimentale: stavano allora iniziando a circolare il Fluxus, il Minimalismo, il Concettuale, in un momento in cui il mercato era attivato sia dalla positiva contingenza economica sia dalla presenza di una corrente godibile e vendibile come la Pop. La cosa strana è che a dare vitalità all’iniziativa fu proprio l’idea di rendere accettabili al pubblico e al collezionismo anche opere che erano nate contro il mercato, spesso – come nel caso di Yves Klein – da artisti che lo avevano preso in giro offrendo quadri assolutamente identici a prezzi diversi, giustificati da una maggiore o minore “sensibilità d’artista” presente in ciascuno di quelli.
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08/11/2007

DIVARIO DI GENERE UN GAP DA COLMARE

Le donne che lavorano, in tutto il mondo, si lamentano da tempo dell’ingiustizia implicita nel fatto che percepiscono salari più bassi di quelli degli uomini. Ma la disparità salariale tra uomini e donna non è soltanto iniqua. È anche economicamente dannosa.
Gli economisti del Fondo monetario internazionale hanno calcolato che il divario di genere costa al pianeta miliardi di dollari all’anno in mancata crescita economica. Un confronto incrociato tra 40 Paesi, ricchi e poveri, mostra che esiste una stretta correlazione tra status socio-economico delle donne e crescita economica complessiva. La mancanza di istruzione, cure sanitarie e opportunità socio-economiche  inibiscono la crescita economica. Per contro, la crescita economica allevia la condizione di subordinazione delle donne.
Nel suo ultimo rapporto sulla condizione dell’infanzia del mondo (The State of the World’s Children 2007), l’Unicef riferisce che l’uguaglianza di genere produce un doppio dividendo:donne sane e istruite allevano figli sani e istruiti. Secondo l’Unicef, le donne, rispetto agli uomini, avvertono una maggiore responsabilità per il benessere della famiglia e spendono più soldi per il cibo, per le medicine e per l’istruzione dei bambini. Ma la ricetta suggerita dall’Unicef per le nazioni in via di sviluppo, e cioè affidare alle donne la responsabilità della famiglia e dell’allevamento dei figli, è in realtà proprio la causa del problema.

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