ESPORTARE I DISTRETTI SOTTO LA GUIDA DELLE MEDIE IMPRESE
Aldo Bonomi
I cinesi quando vengono in Italia ci chiedono quando abbiamo programmato la nascita dei distretti.
Noi, quando andiamo per il mondo, sognamo di replicare i nostri distretti come modello produttivo per competere nella globalizzazione.
Sbagliano quelli che pensano al distretto come programmazione statale dall’alto, ma anche chi sogna che i distretti siano replicabili. Clonazione difficile. Non tanto per il ricreare un’aggregato di imprese piccole e medie, ma per quell’humus, quelle tracce di comunità, di territorio, di saperi contestuali che si formano nei luoghi e che sono difficilmente esportabili.
Eppur ci provano. Partendo da quel laboratorio del capitalismo italiano che sembra essere diventata Vicenza. Città ormai stabilmente posizionata nelle cronache del capitalismo manifatturiero e finanziario quasi quanto Torino o Milano.
Per tutti gli anni ‘90 avevano già provato la delocalizzazione competitiva verso la Romania. In una sorta di processione alla ricerca del basso costo del lavoro che aveva coinvolto e a volte svuotato i mitici distretti del TAC (tessile abbigliamento calzaturiero). Mutandoli. Dopo i primi facili entusiasmi si capì che competenze, reti di relazioni e saperi territoriali erano difficilmente esportabili. Molti tornarono e si costruì un nuovo equilibrio per cui si tengono in loco le funzioni strategiche, le linee e le produzioni di qualità e altrove pezzi di filiera. Si fece tesoro di quella tumultuosa esperienza.
Vi aveva partecipato anche Massimo Calearo (Presidente dell’Associale Industriali di Vicenza) con la sua impresa meccatronica che costruisce impianti, antenne per il ciclo globale dell’auto. Con un gruppo di lavoro dell’Associazione Industriali si iniziò a chiedersi se fosse possibile passare dalla processione ad un progetto di internazionalizzazione che scegliesse la localizzazione ottimale. Non ognuno in ordine sparso, ma mettendosi assieme per i rapporti con le pubbliche autorità, i problemi edilizi, di natura legale e i rapporti con i mercati in crescita. E se fosse possibile coltivare il sogno di trovare un sistema paese ove riprodurre l’antropologia del Nord Est.
Eravamo nel 2003. Il paese obiettivo fu la Slovacchia. Perché vicina e di facile collegamento, in procinto di entrare nell’Unione europea, con una tradizione industriale di forte specializzazione meccanica, con vantaggi competitivi sia sul piano della fiscalità che dei costi manifatturieri e con in più una presenza rilevante del sistema bancario italiano che era arrivato in Slovacchia prima delle imprese.
Si scelse anche la “comunità locale” ove atterrare. Samorin, 12,500 abitanti a 17 Km da Bratislava e raggiungibile anche da Vienna con un’ora e mezza di autostrada. Oggi, un po’ lontano dal centro attraversato dal Danubio, a Samorin c’è Via Vicenza. Un lotto industriale acquistato da un consorzio di 15 imprese prevalentemente del settore meccanico che arrivano da Cornedo Vicentino, Isola Vicentina, Schio, Quinto Vicentino, Arzignano…
La più grande è la Calearo Antenne spa, una media impresa leader, le altre, più piccole tutte specializzate nella subfornitura meccanica. C’è un centro servizi con la mensa per i 2000 addetti previsti quando tutte le piccole imprese saranno a regime. Si sta progettando anche un asilo, c’è già lo sportello bancario di un grande gruppo italiano, sono pronte le aule per la formazione e i servizi legali e notarili necessari. Ci sono anche le camerette per i manager e per gli imprenditori che vanno e vengono dall’Italia.
Attorno, in tutta la Slovacchia stanno atterrando le grandi astronavi. Da Volkswagen, Skoda a PSA (Peugeot-Citroen), ai sudcoreani di Kia Motors sino a Ford. Con numeri non comparabili alla globalizzazione leggera dei vicentini che però ritengono importante aver realizzato questa testa di ponte vicino ai grandi fornitori e aperta verso il mercato della nuova Europa in continua espansione.
Le autorità locali apprezzano questo modello basato sull’industrializzazione leggera. Anche perché il sistema paese si interroga su come darsi una struttura diffusa di piccole imprese. Nei discorsi inaugurali del distretto di Via Vicenza, il Sindaco di Samorin e i parlamentari slovacchi continuavano a parlare dell’Emilia Romagna e di Bologna come un modello a loro noto ai tempi del socialismo reale quando visitavano l’Italia. I vicentini ne hanno avuto un po’ a male. Non si preoccupino. E già molto quello che hanno fatto. Probabilmente non hanno esportato un distretto ma hanno realizzato un modello di internazionalizzazione e globalizzazione a medio raggio. Riuscito, aggregando il tessuto diffuso delle piccole imprese della piattaforma vicentina.
Chi voglia imitarli tenga presente che occorre una media impresa leader che traini, in questo caso la Calearo Antenne Spa, un’associazione imprenditoriale in grado di produrre nuovi servizi, come il consorzio Samorin dell’Associazione Industriale di Vicenza, una banca di riferimento e una voglia di andar per il mondo mantenendo e contaminando le proprie radici del fare impresa.