QUANDO L’ESTERO E’ UN OSTACOLO

Non sempre l’incarico oltrefrontiera diventa occasione di crescita

Franco Vergnano

Nelle strategie di internazionalizzazione le aziende italiane incontrano difficoltà nella ricerca di manager disposti a trasferirsi all’estero. Questi ostacoli riguardano sia i grandi gruppi sia le imprese di minori dimensioni, anche per motivi legati alle normative e a problemi burocratici e fiscali. Intoppi che interessano pure le trasferte nei Paesi europei.
Un caso emblematico è successo a una media azienda grafica lombarda che cercava un manager per espandersi in Francia e in Spagna. «Dopo aver messo a punto la strategia commerciale con l’imprenditore – racconta Claudio Vettor, direttore generale di Asset work, una società specializzata nell’assistere le Pmi – è cominciata la selezione dei dirigenti. Ma le difficoltà incontrate sono state tali e tante (non ultimo il commercialista ci ha segnalato complessi problemi di tassazione) che alla fine abbiamo optato per assumere, anche se un po’ controvoglia, persone non italiane. Con non poche diseconomie. Perché i manager locali, pur conoscendo il loro mercato, fanno molta fatica a entrare in sintonia con la casamadre. Un problema non secondario, dal momento che sempre più spesso il valore aggiunto del made in Italy è dato dal saper offrire prodotti “su misura” in grado di soddisfare le specifiche esigenze del cliente che devono essere coniugate con le capacità e le caratteristiche produttive del venditore».

Anche nei corridoi di un paio di istituti bancari milanesi che stanno seguendo strategie di internazionalizzazione si racconta di numerosi dirigenti di medio livello che hanno rifiutato ottime posizioni all’estero pur di non trasferirsi: ma su questo versante è più difficile raccogliere testimonianze per la riservatezza che caratterizza questo genere di selezioni.
Un gruppo come Piaggio, presente in India, Cina e che ha appena avviato la realizzazione di un nuovo stabilimento in Vietnam ritiene «che il valore delle risorse umane sia un elemento strategico di primaria importanza», come sottolinea lo stesso presidente, Roberto Colaninno, 64 anni.
Per questo seguendo l’esperienza indiana, «anche nel caso del Vietnam – continua l’imprenditore – metteremo a punto piani di formazione che prevedono un interscambio tra giovani italiani, tecnici e manager (che si recheranno in Asia) e le risorse che andremo a individuare in Vietnam, per portarle nell’headquarter italiano in modo da seguire specifici corsi. L’incrocio tra culture e competenze diverse è fondamentale per un’azienda che punta a essere sempre più multinazionale perché arricchisce il nostro patrimonio chiave, le persone».
Stesso filone suggerito da Riccardo Varaldo, 71 anni, presidente della scuola superiore Sant’Anna di Pisa che ha stretto un accordo a Chongching (la megalopoli della Cina centrale sul fiume Yantzi) con la locale università per effettuare formazione interculturale nei due sensi: «Proprio nelle scorse settimane – spiega – abbiamo portato in Asia numerosi manager per un corso intensivo e ci apprestiamo ad aprire in Cina il Galileo Galilei Italian Institute grazie alla sponsorizzazione di Finmeccanica e dell’Ente Cassa si risparmio di Firenze».
Nonostante le inevitabili difficoltà a lavorare con i mercati esteri, l’Italia cresce sulla strada della globalizzazione, come dimostrano i dati sulle nuove sfide di frontiera. Secondo le stime fatte da un cacciatore di teste come Vito Gioia di Axa, in Italia sfiorano ormai quota quattromila gli executive esteri assunti da aziende italiane e che lavorano nel nostro Paese e sui mercati stranieri o fanno la spola tra la casamadre e l’estero. Nel futuro, dicono le previsioni, saranno appunto i quadri extracomunitari a dare il maggior contributo all’internazionalizzazione del made in Italy.

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