INNAMORATI DELLE FIERE

Breve storia dei meeting commerciali dal 1967 a oggi, e del loro inarrestabile successo - Andarci è diventato un ottimo modo per divertirsi e informarsi, anche senza comprare

Angela Vettese

Una diffusa ipocrisia vuole che l’arte visiva non abbia nulla a che vedere col denaro e che questo sia entrato di recente, di soppiatto, con il gusto del lusso postmoderno, nei meandri della creatività. Chi vuole dimenticare che dall’antichità i grandi affreschi, le pale d’altare o i ritratti sono stati commissionati e pagati, con contratti attenti all’ultimo soldo sia da parte di chi comprava sia di chi li faceva, ovviamente non sopporta le fiere d’arte. Più delle mostre pubbliche e più delle gallerie private, che si mascherano da piccoli musei, forse più ancora delle aste che si svolgono in luoghi chiusi e che, nonostante la notorietà di alcuni record di aggiudicazione, risultano invisibili e misteriose, sono appunto le fiere a irritare di più.
Con i loro labirinti di stand, infatti, con la loro ostensione di opere allestite non proprio alla rinfusa, ma certo con la cura che si avrebbe nel sacro bianco dei musei, con la loro dimensione provvisoria che cozza contro l’idea che un’opera d’arte sia “per sempre”, le fiere lasciano intravedere un backstage poco poetico, fatto di scambi, di negoziati, di assegni qualche volta anche a vuoto o postdatati. Eppure questi mercati del lusso, così sfacciati e così ingenerosi con ciò che vendono – in definitiva un’opera è pensiero visualizzato e cosa mentale oltre che fisica – hanno molto da dire anche a chi le considera impudiche.
La loro storia è recente e incomincia nel 1967, a Colonia, quando diciotto gallerie d’avanguardia si misero d’accordo per costruire un meeting commerciale in cui, però, fosse possibile proporre anche opere di natura sperimentale: stavano allora iniziando a circolare il Fluxus, il Minimalismo, il Concettuale, in un momento in cui il mercato era attivato sia dalla positiva contingenza economica sia dalla presenza di una corrente godibile e vendibile come la Pop. La cosa strana è che a dare vitalità all’iniziativa fu proprio l’idea di rendere accettabili al pubblico e al collezionismo anche opere che erano nate contro il mercato, spesso – come nel caso di Yves Klein – da artisti che lo avevano preso in giro offrendo quadri assolutamente identici a prezzi diversi, giustificati da una maggiore o minore “sensibilità d’artista” presente in ciascuno di quelli.

L’esperimento ebbe un tale successo che poco dopo nacque una controfiera nell’edificio adiacente, e tre anni dopo quella che ancora oggi è la più riconosciuta tra tutte, la Art di Basilea, nata con 110 espositori e giunta vent’anni dopo (1990) alla cifra record di 328. A garantire il successo della formula c’è sempre stato il tentativo di non sottovalutarne il lato culturale, favorendo gli stand monografici su di un artista solo o anche mostre e azioni collaterali che, per un paradosso che andrebbe studiato meglio, spesso erano decisamente anti-mercato. Per esempio nel 1975, nella festa che celebrò la prima Fiac di Parigi, l’artista austriaco Hermann Nitsch sacrificò due animali nel sangue e nel raccapriccio: se l’Actionismus viennese era nato per provocare e con approccio decisamente antiborghese, dieci anni dopo i suoi primi esperimenti un suo protagonista era disposto a far da padrino a una manifestazione commerciale.
Un aspetto che spiega il paradosso è la capacità delle fiere di diventare dei momenti di incontro per tutti gli appassionati: non soltanto mercanti e collezionisti ma anche critici, curatori, artisti: frequentare le fiere è diventato rapidamente un modo per divertirsi, per informarsi, per iniziare o mantenere rapporti di tipo non necessariamente commerciale. Kinaston McShine, il mitico curatore del MoMA di New York, finché ha potuto ha visto tutte le fiere più importanti nonostante il bastone con il quale camminava a fatica. La formula con cui è nata Arco a Madrid, nel 1983, comprendeva dibattiti tra curatori e movida fino al mattino. Quella con cui Art Basel si è radicata anche a Miami include, appunto, la dolce vita di Miami. Quella di Frieze, grande successo degli anni duemila a Londra, ha proprio Londra come plus, cioè la miriade di occasioni per vedere mostre in città, comperare libri e riviste negli enormi e aggiornatissimi bookshop, scambiare punti di vista oltre ai biglietti da visita. Così il numero di visitatori di una fiera può toccare numeri molto alti, fino a duecentomila persone, cioè in pochi giorni quasi quanto un’edizione della Biennale di Venezia che in media tocca i 250.000 in sei mesi.
L’esigenza di questi punti di incontro si è andata acutizzando sempre più anche in ragione del progressivo allargamento del bacino geografico in cui si fa (e dunque si vende) arte contemporanea: se nel 1967 il suo mondo si riduceva a un po’ d’Europa Occidentale e agli Stati Uniti, ora comprende Russia, Cina e tutta l’area ex comunista, e ancora Giappone e India, tutte le Americhe, alcuni paesi dell’Africa. Non si può andare dappertutto e c’è bisogno di appuntamenti in cui tutto arrivi allo stesso porto. Come nel Medioevo, quando da mezza Europa partivano alla volta della Champagne e della sua fiera agricola e artigianale, a piedi o a dorso di mulo, visitatori a migliaia. Per comperare, per vendere, per senso dell’avventura e anche per imparare.

Lascia un commento.