28/11/2007

L’AZIENDA CHE ESPORTA MERITA PIU’ RISORSE

Guido Tabellini

Da cosa dipende la produttività? Che fare per accelerarne la crescita? Da anni, ormai, sono queste le domande centrali nel dibattito economico in Italia. In genere si dà per scontato che la risposta vada cercata in una migliore gestione delle risorse all’interno dell’azienda. I provvedimenti del protocollo sul welfare, dalla decontribuzione degli straordinari agli sgravi sui premi di risultato, riflettono questa impostazione.
Ma la verità è un’altra. I contributi più rilevanti alla crescita della produttività vengono dalla riallocazione delle risorse tra imprese, non da miglioramenti all’interno dell’azienda. Spesso sottostimiamo le differenze tra imprese. Vi sono aziende gestite in modo eccellente, con personale motivato, talento e capacità di innovare; e vi sono imprese poco efficienti e statiche. Spostare risorse verso chi riesce a gestirle meglio è ciò che fa la differenza a livello aggregato.
L’internazionalizzazione è un aspetto centrale di questa riallocazione. Tipicamente in un settore operano poche imprese molto efficienti, e un gran numero di aziende meno produttive. Quelle più efficienti esportano e investono all’estero, le altre si rivolgono al mercato domestico. L’evidenza empirica rivela una vera e propria gerarchia. In alto vi sono le imprese multinazionali, che investono e vendono all’estero. Queste fanno più ricerca e sviluppo, sono più produttive, pagano salari più alti, investono di più (come ha sottolineato ieri sul Sole-24 Ore anche l’editoriale di Fabrizio Onida). Poi vi sono le imprese che esportano ma che non hanno capitale fuori dai confini nazionali, con un livello intermedio di produttività. E infine vi sono le imprese meno produttive, che operano solo o prevalentemente sul mercato interno.
L’integrazione internazionale sposta risorse verso le imprese più efficienti, e quindi migliora la produttività aggregata, per due ragioni. Primo, perché consente alle imprese più efficienti di espandersi. La riallocazione coinvolge soprattutto i livelli intermedi, più che le imprese già grandi e affermate. Se cadono i costi di operare all’estero, chi prima era escluso dai mercati internazionali scopre nuove possibilità di crescita.
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ESPORTARE I DISTRETTI SOTTO LA GUIDA DELLE MEDIE IMPRESE

Aldo Bonomi

I cinesi quando vengono in Italia ci chiedono quando abbiamo programmato la nascita dei distretti.
Noi, quando andiamo per il mondo, sognamo di replicare i nostri distretti come modello produttivo per competere nella globalizzazione.
Sbagliano quelli che pensano al distretto come programmazione statale dall’alto, ma anche chi sogna che i distretti siano replicabili. Clonazione difficile. Non tanto per il ricreare un’aggregato di imprese piccole e medie, ma per quell’humus, quelle tracce di comunità, di territorio, di saperi contestuali che si formano nei luoghi e che sono difficilmente esportabili.
Eppur ci provano. Partendo da quel laboratorio del capitalismo italiano che sembra essere diventata Vicenza. Città ormai stabilmente posizionata nelle cronache del capitalismo manifatturiero e finanziario quasi quanto Torino o Milano.
Per tutti gli anni ‘90 avevano già provato la delocalizzazione competitiva verso la Romania. In una sorta di processione alla ricerca del basso costo del lavoro che aveva coinvolto e a volte svuotato i mitici distretti del TAC (tessile abbigliamento calzaturiero). Mutandoli. Dopo i primi facili entusiasmi si capì che competenze, reti di relazioni e saperi territoriali erano difficilmente esportabili. Molti tornarono e si costruì un nuovo equilibrio per cui si tengono in loco le funzioni strategiche, le linee e le produzioni di qualità e altrove pezzi di filiera. Si fece tesoro di quella tumultuosa esperienza.
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26/11/2007

QUANDO L’ESTERO E’ UN OSTACOLO

Non sempre l’incarico oltrefrontiera diventa occasione di crescita

Franco Vergnano

Nelle strategie di internazionalizzazione le aziende italiane incontrano difficoltà nella ricerca di manager disposti a trasferirsi all’estero. Questi ostacoli riguardano sia i grandi gruppi sia le imprese di minori dimensioni, anche per motivi legati alle normative e a problemi burocratici e fiscali. Intoppi che interessano pure le trasferte nei Paesi europei.
Un caso emblematico è successo a una media azienda grafica lombarda che cercava un manager per espandersi in Francia e in Spagna. «Dopo aver messo a punto la strategia commerciale con l’imprenditore – racconta Claudio Vettor, direttore generale di Asset work, una società specializzata nell’assistere le Pmi – è cominciata la selezione dei dirigenti. Ma le difficoltà incontrate sono state tali e tante (non ultimo il commercialista ci ha segnalato complessi problemi di tassazione) che alla fine abbiamo optato per assumere, anche se un po’ controvoglia, persone non italiane. Con non poche diseconomie. Perché i manager locali, pur conoscendo il loro mercato, fanno molta fatica a entrare in sintonia con la casamadre. Un problema non secondario, dal momento che sempre più spesso il valore aggiunto del made in Italy è dato dal saper offrire prodotti “su misura” in grado di soddisfare le specifiche esigenze del cliente che devono essere coniugate con le capacità e le caratteristiche produttive del venditore».

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NEGLI SHOWROOM RUSSI VINCE IL DESIGN ITALIANO

Entro il 2010 il mercato dell’arredo crescerà del 50%

Giulia Crivelli

Dal nostro inviato
«È sbagliato continuare a pensare che i clienti russi abbiano tanti soldi ma tutti di dubbia provenienza. O che abbiano gusti pacchiani e cerchino l’ostentazione a tutti i costi. Anche per questo sarà sempre più importante esporre nei grandi multimarca delle maggiori città russe, come già facciamo qui a Mosca».
Luciano Colombo ha ereditato dal padre la guida dell’azienda di famiglia, la Annibale Colombo di Meda (Milano), 5 milioni di fatturato nel 2006, che produce mobili classici con materiali ricercati, come il legno di rosa, e usando solo lavorazioni artigianali tipiche della tradizione brianzola. «Siamo in Russia da 13 anni e oggi è il nostro primo mercato», aggiunge Colombo, che per il terzo anno partecipa a “I Saloni Worldwide Moscow”, la trasferta del Salone del mobile di Milano, che si chiude domani nella capital russa. «Però ci sono voluti molti investimenti: pubblicità su riviste specializzate, partecipazione a decine e decine di fiere e sforzi per stabilire contatti con studi di architettura e proprietari di negozi e showroom. Per fortuna essere italiani è un biglietto da visita fantastico: in questo Paese le tre parole “made in Italy” sono magiche: i grandi showroom di Mosca espongono quasi esclusivamente marchi italiani, con qualche sparuta apparizione di tedeschi, ma solo per le cucine».

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21/11/2007

IL BIOMEDICALE NON FA RETE

Hi-tech. Dossier UniCredit sui poli di Bergamo e Brescia

Daniele Barzaghi 

La pressione competitiva spinge le aziende a orientare verso l’alto le loro produzioni secondo due meccanismi: raggiungendo l’alta gamma del settore o cercando mercati di sbocco a maggiore valore aggiunto.
In provincia di Bergamo e Brescia, si è scelta la seconda strada. Numerose imprese meccaniche e chimiche (plastica) tradizionali hanno iniziato a produrre apparecchiature per il biomedicale, attirate dalle ampie prospettive di guadagno.
Nella zona esistono ormai un’ottantina di piccole società (soltanto tre superano i 50 lavoratori) che si dedicano a questo. Intorno a Bergamo si realizzano soprattutto strumenti elettromedicali, mentre vicino a Brescia si punta agli apparecchi per la diagnosi.

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INNAMORATI DELLE FIERE

Breve storia dei meeting commerciali dal 1967 a oggi, e del loro inarrestabile successo - Andarci è diventato un ottimo modo per divertirsi e informarsi, anche senza comprare

Angela Vettese

Una diffusa ipocrisia vuole che l’arte visiva non abbia nulla a che vedere col denaro e che questo sia entrato di recente, di soppiatto, con il gusto del lusso postmoderno, nei meandri della creatività. Chi vuole dimenticare che dall’antichità i grandi affreschi, le pale d’altare o i ritratti sono stati commissionati e pagati, con contratti attenti all’ultimo soldo sia da parte di chi comprava sia di chi li faceva, ovviamente non sopporta le fiere d’arte. Più delle mostre pubbliche e più delle gallerie private, che si mascherano da piccoli musei, forse più ancora delle aste che si svolgono in luoghi chiusi e che, nonostante la notorietà di alcuni record di aggiudicazione, risultano invisibili e misteriose, sono appunto le fiere a irritare di più.
Con i loro labirinti di stand, infatti, con la loro ostensione di opere allestite non proprio alla rinfusa, ma certo con la cura che si avrebbe nel sacro bianco dei musei, con la loro dimensione provvisoria che cozza contro l’idea che un’opera d’arte sia “per sempre”, le fiere lasciano intravedere un backstage poco poetico, fatto di scambi, di negoziati, di assegni qualche volta anche a vuoto o postdatati. Eppure questi mercati del lusso, così sfacciati e così ingenerosi con ciò che vendono – in definitiva un’opera è pensiero visualizzato e cosa mentale oltre che fisica – hanno molto da dire anche a chi le considera impudiche.
La loro storia è recente e incomincia nel 1967, a Colonia, quando diciotto gallerie d’avanguardia si misero d’accordo per costruire un meeting commerciale in cui, però, fosse possibile proporre anche opere di natura sperimentale: stavano allora iniziando a circolare il Fluxus, il Minimalismo, il Concettuale, in un momento in cui il mercato era attivato sia dalla positiva contingenza economica sia dalla presenza di una corrente godibile e vendibile come la Pop. La cosa strana è che a dare vitalità all’iniziativa fu proprio l’idea di rendere accettabili al pubblico e al collezionismo anche opere che erano nate contro il mercato, spesso – come nel caso di Yves Klein – da artisti che lo avevano preso in giro offrendo quadri assolutamente identici a prezzi diversi, giustificati da una maggiore o minore “sensibilità d’artista” presente in ciascuno di quelli.
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08/11/2007

DIVARIO DI GENERE UN GAP DA COLMARE

Le donne che lavorano, in tutto il mondo, si lamentano da tempo dell’ingiustizia implicita nel fatto che percepiscono salari più bassi di quelli degli uomini. Ma la disparità salariale tra uomini e donna non è soltanto iniqua. È anche economicamente dannosa.
Gli economisti del Fondo monetario internazionale hanno calcolato che il divario di genere costa al pianeta miliardi di dollari all’anno in mancata crescita economica. Un confronto incrociato tra 40 Paesi, ricchi e poveri, mostra che esiste una stretta correlazione tra status socio-economico delle donne e crescita economica complessiva. La mancanza di istruzione, cure sanitarie e opportunità socio-economiche  inibiscono la crescita economica. Per contro, la crescita economica allevia la condizione di subordinazione delle donne.
Nel suo ultimo rapporto sulla condizione dell’infanzia del mondo (The State of the World’s Children 2007), l’Unicef riferisce che l’uguaglianza di genere produce un doppio dividendo:donne sane e istruite allevano figli sani e istruiti. Secondo l’Unicef, le donne, rispetto agli uomini, avvertono una maggiore responsabilità per il benessere della famiglia e spendono più soldi per il cibo, per le medicine e per l’istruzione dei bambini. Ma la ricetta suggerita dall’Unicef per le nazioni in via di sviluppo, e cioè affidare alle donne la responsabilità della famiglia e dell’allevamento dei figli, è in realtà proprio la causa del problema.

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