La rivincita del vino italiano

Nel 2006 le esportazioni di vino italiano hanno sfiorato i 18,5 milioni di ettolitri (+15% rispetto al 2005) e i ricavi, per la prima volta, hanno raggiunto quota 3,2 miliardi di euro (+6,5%). Superate le performance del 1985, ultimo anno d’oro prima dello scandalo del metanolo…

In pratica il 19% del vino scambiato a livello mondiale lo scorso anno era italiano. Questo risultato è ancora più importante se si considera che il vino è un prodotto bandiera, che esprime al meglio l’immagine più genuina di un Paese.

E i dati del Vinitaly, l’importante fiera veronese conclusasi il 2 aprile, lasciano ben sperare: hanno partecipato più di 5.000 buyer provenienti da tutto il mondo.

Benefici fiscali

Per sostenere un settore così importante per il made in Italy, la legge finanziaria 2007 ha introdotto benefìci fiscali a favore delle aziende agricole e agroalimentari che realizzano all’estero investimenti in promozione pubblicitaria (esclusione dalla base imponibile del reddito di impresa del 25% di tali investimenti).

I benefici fiscali, finalizzati a promuovere l’internazionalizzazione delle imprese agroalimentari, si applicheranno per tre annualità a partire dal primo gennaio 2007. Il beneficio è elevabile al

35% quando gli investimenti di promozione pubblicitaria sono realizzati da consorzi o raggruppamenti di imprese agroalimentari

50% nel caso di prodotti a indicazione geografica o, comunque, prodotti agroalimentari oggetto di intese di filiera o contratti quadro.

Il Chianti classico a difesa della denominazione d’origine

L’export di vino toscano è cresciuto negli ultimi due anni del 20% e ora rappresenta più del 70% del totale prodotto.

Gli Stati Uniti nel 2006 sono diventati il maggior consumatore di Chianti classico (10,8 milioni di bottiglie) superando la stessa Italia (con 9,7 milioni di bottiglie).

Sull’onda di questi importanti risultati i vignaioli toscani, dopo anni di divisione, hanno deciso di fare gioco di squadra sul versante promozionale e commerciale: l’immagine del Gallo nero verrà riprodotto sui collari delle bottiglie per rappresentare l’intero territorio di produzione del Chianti.

E per contrastare l’avanzata della “politica del marchio” (che delega al brand la tutela e la garanzia di qualità) e difendere le denominazioni di origine, il Consorzio del Chianti classico ha recentemente aderito al Patto per la tutela e la valorizzazione dei luoghi di origine del vino siglato a Washington insieme alle regioni vitivinicole americane Sonora County e Paso Robles, all’ungherese Tokaj e alle australiane Victoria e Western Australia.

Questa coalizione internazionale punta alla perfetta coincidenza tra ciò che viene indicato nell’etichetta e il contenuto della bottiglia (negli stessi USA oggi vengono venduti 40mila quintali l’anno di “finto” Chianti, non coltivato cioè nel territorio di pertinenza).

Malgrado la globalizzazione abbia innescato logiche diverse, bisogna tornare a considerare il vino un prodotto dell’agricoltura per il quale il territorio di produzione è il più importante aspetto distintivo e qualificante.

In questo scenario non sorprende che un’azienda vinicola che produce Brunello di Montalcino abbia recentemente adottato un’innovativa soluzione anticontraffazione per le bottiglie più prestigiose: il Dna digitale.

Con la stessa logica delle chiavi di attivazione, per ogni bottiglia viene generato un numero che viene stampato sull’etichetta. In questo modo si consente al consumatore di verificare, tramite una telefonata, l’autenticità del prodotto acquistato.

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