INTERNAZIONALIZZAZIONE. TRA LE TOP 600 IN EUROPA LE POCHE AZIENDE ITALIANE STANNO RIPOSIZIONANDO I LORO PRODOTTI.
Soltanto settima per numero di grandi aziende ma terza per valore aggiunto: il made in Italy inizia a cambiare pelle e il riposizionamento verso produzioni a maggior valore genera i primi risultati.
Secondo una rilevazione del ministero dell’Industria e del commercio britannico, le prime top 600 aziende europee realizzano oltre il 95% del valore aggiunto (ricavi meno costi prima del costo del lavoro) e circa la metà di questo è realizzato dalle sole imprese di Regno Unito, Germania e Francia. Il Regno Unito ha il numero (167) più elevato di grandi aziende fra le top 600, seguita da Germania (91), Francia (84), Svezia (30), Olanda e Svizzera (36) e Italia (29).
Al contrario, la leadership inglese scivola verso il basso mentre l’Italia rimbalza se si stila la classifica con il criterio del valore aggiunto medio prodotto dalle società: Francia e Germania agguantano la testa della classifica con 3,3 miliardi di sterline ciascuna; alle spalle Italia (2,6), Olanda (2,5), Svizzera e Spagna (2,4) e Gran Bretagna (2,1).
«Anche la Banca d’Italia - osserva Simona Costagli, economista dell’Ufficio studi della Bnl - rileva lo sforzo di una parte delle nostre imprese, in particolare di quelle medie, nel riposizionare l’offerta su prodotti a maggiore contenuto tecnologico. La prova? Negli ultimi tre anni la quota del nostro export nel mondo è arretrata, a valore, dal 3,9 al 3,6%, ma quella a volume è scivolata fino al 2,7%».
I dati Istat confermano la tesi secondo la quale le grandi imprese agiscono da volàno sulla crescita dei Paesi: infatti le 3.417 imprese italiane (lo 0,08% del totale) con più di 250 addetti producono circa la metà del valore aggiunto e quelle con oltre mille addetti più di un terzo. Del resto anche in Europa lo 0,1% delle imprese genera circa un terzo del valore aggiunto complessivo.
Sempre il ministero dell’Industria e del commercio britannico rileva come sette comparti (banche, tlc, automotive, oil & gas, servizi alle imprese, costruzioni e trasporti) producano la metà del valore aggiunto complessivo. E tra questi mancano purtroppo meccanica, tessile-abbigliamento e mobile, tre volàni del made in Italy.
«Una parte delle imprese italiane - aggiunge Costagli - sta facendo miracoli, basti pensare alla forte tenuta, a valore, dell’alimentare: esportiamo prodotti con prezzi superiore al passato. Purtroppo, però, l’innovazione delle imprese viene riproposta sempre all’interno dei settori tradizionali del made in Italy, quelli esposti alla concorrenza dei Paesi emergenti. Inoltre le aziende sono mediamente vecchie, non ci sono state significative novità nell’ultimo decennio».
Ma il problema non è solo italiano. Infatti la Commissione Ue sottolinea come le grandi imprese del Vecchio continente siano scarsamente presenti, fatta eccezione per l’aerospazio, nei settori all’avanguardia – nei quali eccellono le imprese statunitensi e giapponesi –, mentre detenga posizioni di leadership in alcuni comparti del manifatturiero: materiali da costruzione e vetro, alimentare, chimica, farmaceutica, meccanica industriale, metalli, autoveicoli, elettronica ed energia. Peccato, però, che anche in questi business le imprese cinesi stiano guadagnando terreno.
(Fonte: IlSole24Ore)