L’IMPRESA NON E’ SOLO “SOFT ITALIA”

L’industria meccanica ha contribuito a costruire lo sviluppo economico del Paese e oggi continua a sfidare i mercati globali con l’innovazione.

La si considerava fin dai primi del Novecento una sorta di “granaio” dell’economia italiana E continua a esserlo tuttora - pur con alcune debite varianti rispetto al passato - l’industria meccanica: sia per la sua consistenza e vasta diffusione, sia per i suoi molteplici effetti indotti in altri settori d’attività.

La comparsa in scena, all’inizio del secolo scorso, di uno stuolo di imprese meccaniche, postesi via via in grado di affrontare la concorrenza dei maggiori complessi inglesi e tedeschi che (insieme ad alcune aziende inglesi e belghe) avevano tenuto fino ad allora banco sul nostro mercato, valse ad affrancare l’Italia da una posizione marginale nella divisione internazionale del lavoro. Dato che si cominciarono a produrre in sempre maggior numero locomotive e navi di grossa stazza, macchine utensili, impianti tipografici e per lavorazioni tessili, apparecchi scientifici e strumenti di precisione, turbine e attrezzature elettriche, automobili e macchine da scrivere.
Se c’è un Dna economico italiano, esso va pertanto rintracciato nella particolare e pregnante versatilità di un comparto produttivo che ha contribuito in modo rilevante alla progressiva trasformazione della Penisola in un Paese industriale avanzato. E ciò grazie a una trafila crescente di investimenti in capitale fisso, di posti di lavoro, di innovazioni tecniche e organizzative.
Tant’è che nessuna altra industria manifatturiera è giunta a elevare in pari grado gli indici della produttività, a creare valore aggiunto e a trainare le esportazioni a beneficio della bilancia commerciale.
D’altra parte, se c’è un “made in Italy” che continua ancor oggi a tenere il campo nei mercati esteri, esso è rappresentato per lo più (come attestano anche gli ultimi dati sul nostro export) dalle produzioni di alcuni rami dell’industria metalmeccanica. Tutto ciò non significa, beninteso, sottovalutare il ruolo e le potenzialità di altri settori; e, tantomeno, trascurare le opportunità di sviluppo e di implementazione che si sono aperte nel campo dei servizi e nella produzione di beni immateriali. Ma si commetterebbe un grave errore di valutazione e di fatto se si finisse per considerare l’industria meccanica non più un saldo punto di forza dell’economia italiana bensì una componente in via di obsolescenza o comunque priva di robuste prospettive per l’avvenire.
E’ pur vero che non è più l’era del fordismo, di un sistema di fabbrica verticale e a catena, che costituiva la struttura portante per eccellenza delle grandi e medie aziende metalmeccaniche; ma l’era invece del post-fordismo, in seguito all’avvento di un sistema d’impresa orizzontale e a rete. Ed è altrettanto vero che numerosi prodotti finiti o semilavorati, un tempo appannaggio pressoché esclusivo delle officine europee e americane, vengono adesso realizzati con costi e a prezzi assai minori dalle fabbriche di alcune contrade del Secondo e del Terzo Mondo.
Tuttavia, non è che nel frattempo la nostra industria meccanica sia rimasta alla finestra, ancorata ai vecchi ormeggi. Seppur in misura e in tempi differenti a seconda delle sue singole connotazioni, ha man mano adottato impianti e procedimenti di lavoro in linea con le applicazioni e gli sviluppi dell’elettronica e dell’informatica, ha convertito una parte delle maestranze a mansioni di controllo e di manutenzione, ha reso più agili e modulari le strutture operative, e ha conferito sempre più peso specifico alla progettazione e al design, alle strategie di marketing e di comunicazione.
Certo, non è stato un parto indolore quello avvenuto, in seguito alla meccatronica e ai processi di
ristrutturazione labour-saving, all’interno dei maggiori complessi. E molto rimane da fare sia in una miriade di piccole aziende affinché crescano di statura e dimensioni o individuino nuove nicchie di specializzazione qualitativa; sia nell’ambito di taluni distretti affinché vengano destinate più risorse ed energie alla ricerca e alla sperimentazione, al conseguimento di specifici brevetti e alle innovazioni di prodotto, al di là di certe filiere e logiche tradizionali.
Resta il fatto che l’industria meccanica nelle sue diverse tipologie appare quella più propensa in genere al cambiamento, a una nuova cultura di impresa. E che la valorizzazione delle sue attitudini e le sue capacità di adattamento alle nuove sfide del mercato globale costituiscono pur sempre altrettante leve importanti ber una maggiore competitività e internazionalizzazione del sistema economico italiano.

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